Chi sono le 5 persone graziate da Mattarella: dall’uomo che soffocò la moglie malata al giovane libico ‘scafista’

Chi sono le 5 persone graziate da Mattarella: dall’uomo che soffocò la moglie malata al giovane libico ‘scafista’
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (Foto LaPresse/Ufficio Stampa Quirinale)

I decreti sono stati firmati lunedì dal presidente della Repubblica

C’è Alaa, che ha 30 anni ed è in prigione da 10. È partito dalla Libia con il sogno di studiare e diventare un calciatore in Europa, ma su un barcone nel Mediterraneo i suoi sogni sono diventati un incubo. C’è Franco Cioni, classe 1948, che a 74 anni, nel 2021, ha ucciso la moglie malata terminale. La Corte d’Assise di Modena, nel condannarlo, ha riconosciuto “l’altruismo” del suo gesto. E poi Zeneli Bardhyl, Alessandro Ciappei e Gabriele Spezzuti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato cinque decreti di grazia, con il parere favorevole del Ministero della Giustizia. Ecco chi sono le persone graziate e le loro storie.

Alla F. Hamad Abdelkarim

La storia di Alaa, negli atti giudiziari Alla F. Hamad Abdelkarim, risale al 2015. Il ragazzo, ventenne, studia ingegneria, è una promessa del calcio, vuole lasciare la Libia devastata dalla guerra civile e venire in Europa, in Italia. I canali legali, però, non funzionano e sale a bordo di un barcone con due amici, anche loro calciatori. È il barcone della “strage di ferragosto” del 2015, 49 persone nascoste nella stiva muoiono per asfissia. Alaa viene accusato di essere uno degli scafisti. Condannato a 30 anni per i delitti di concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione, continua ad affermare la sua innocenza. Dal carcere scrive alcune lettere che diventeranno un libro (‘Perché ero ragazzo’, edito da Sellerio) e attorno al suo caso si mobilita un movimento di opinione che ne professa l’estraneità alle accuse. Nel concedere la grazia parziale – che ha estinto una parte della pena detentiva ancora da espiare – il Capo dello Stato, si legge nella nota del Quirinale, “ha tenuto conto del parere favorevole del ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto, della circostanza che nel lungo periodo di detenzione di oltre dieci anni sinora espiata dall’agosto del 2015, lo stesso ha dato ampia prova di un proficuo percorso di recupero avviato in carcere, come riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si è verificato il reato”. Ciò, sottolinea il provvedimento del Colle, “è stato evidenziato anche dai Giudici della Corte d’appello di Messina i quali, nel rigettare l’istanza di revisione per ragioni processuali, hanno sottolineato che per ‘ridurre lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza’, si può fare ricorso solo all’istituto della grazia che consente di ridurre o commutare una parte della pena”.

Franco Cioni

Nel condannare Franco Cioni per aver ucciso, soffocandola, la moglie malata terminale, invece, la Corte di assise di Modena aveva riconosciuto l’attenuante dei motivi morali e sociali: non si può considerare il gesto isolatamente “rispetto a tutta la condotta anteriore osservata dall’imputato nella dedizione, nella vicinanza e nel sostegno umano assicurato alla propria consorte per tutta la sua lunga malattia”; non si può non considerare “l’altruismo” di Cioni, come emerso dalle testimonianze, aveva sottolineato la Corte di assise. I due avevano vissuto insieme 45 anni e Cioni, hanno ricostruito le testimonianze raccolte, aveva assistito la moglie dal primo manifestarsi della malattia nel 2016 “con assoluta costanza e inesauribile dedizione“. 

“Nel concedere la grazia che ha estinto l’intera pena detentiva ancora da espiare (pari a cinque anni e sei mesi di reclusione) il Capo dello Stato ha tenuto conto dei pareri favorevoli, formulati dal Procuratore Generale e dal Magistrato di sorveglianza, delle condizioni di salute del condannato, dell’intervenuto perdono da parte della sorella della vittima e della particolare condizione in cui è maturato l’episodio delittuoso”, si legge nella nota del Quirinale.

Zeneli Bardhyl

Mattarella ha poi concesso la grazia a Zeneli Bardhyl, classe 1962, condannato alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione per il delitto di evasione dagli arresti domiciliari. “Nel concedere la grazia per l’intera pena oggetto della condanna il Presidente della Repubblica ha tenuto conto dei pareri favorevoli espressi dal magistrato di sorveglianza e dal Procuratore generale che hanno evidenziato come il fatto per cui l’imputato venne condannato (essersi allontanato dalla abitazione ove si trovava sottoposto all’obbligo di dimora) non integra la fattispecie di evasione e quindi non costituisce reato“.

Alessandro Ciappei

Provvedimento di grazia anche per Alessandro Ciappei, nato nel 1974, condannato alla pena di dieci mesi di reclusione per il delitto di truffa, commesso nel 2014. “Nell’adottare l’atto di clemenza per la pena residua da espiare (nove mesi e tre giorni di reclusione) il Presidente della Repubblica – si legge nella nota del Colle – ha tenuto conto della modesta gravità concreta del fatto e dell’occasionalità della condotta illecita, del lungo tempo trascorso della sua commissione e della situazione personale del condannato, che risiede e lavora all’estero ove ha ricostituito il suo percorso di vita”.

Gabriele Spezzuti

Infine, l’ultima grazia concessa dal capo dello Stato riguarda Gabriele Spezzuti, nato nel 1968, condannato alla pena detentiva della reclusione, espiata fino al 2014, e alla pena pecuniaria di novantamila euro di multa per delitti in materia di sostanze stupefacenti, commessi nel 2005. “Nell’adottare l’atto di clemenza per la pena pecuniaria residua da eseguire (ottantamila euro di multa) il Presidente della Repubblica – spiega il Colle – ha tenuto conto dell’avvenuta espiazione della pena detentiva, del lungo tempo trascorso dalla commissione dei fatti, ai quali non è seguita nessuna altra condotta illecita, e delle disagiate condizioni di vita del condannato“.

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