Respinti i calendari alternativi proposti da Forza Italia e Lega

Il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia arriverà nell’aula del Senato il 13 luglio, ma la tensione, all’interno della maggioranza, resta altissima. Pd, M5S e Leu – anche grazie ai voti di Italia viva – vincono il primo round del braccio di ferro in corso da giorni, portando a casa la calendarizzazione del testo per la prossima settimana. “Questa volta andiamo fino in fondo – assicurano i Dem – nessuno potrà dire ‘E allora, il Pd?’, perché noi ci siamo”. Per il Nazareno fissare una data certa era l’obiettivo primo. “Calendarizzato il Ddl Zan.

Quindi vuol dire che #iVotiCiSono – si affretta a cinguettare Enrico Letta – Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo”. La consapevolezza, in realtà, è che adesso “inizierà tutta un’altra partita”, che i Dem vogliono affrontare “a viso aperto”. “Se guerra deve essere, guerra sarà – avverte il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo – Inizia una battaglia parlamentare dagli esiti incerti”.

Il film della giornata è fatto di prove di dialogo e accuse reciproche. Si inizia a palazzo Giustiniani, con il tentativo di mediazione messo in campo da Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia e relatore del provvedimento. Il leghista, riunendo i capigruppo di maggioranza, mette sul tavolo una proposta di sintesi che sopprime dal testo ogni riferimento all’identità di genere. “Irricevibile”, sentenziano senza mezzi termini Pd e M5S. Simona Malpezzi lo dice chiaro: “Non si può mediare con una proposta che toglie dalle tutele tutte le persone trans o in transizione”. “Se un eventuale accordo non comprende anche l’identità di genere non è praticabile”, le fa eco la pentastellata Alessandra Maiorino. Per Italia viva e le Autonomie, però, un dialogo è possibile. Il capogruppo renziano propone un rinvio di 24 ore del voto sul calendario in aula, previsto per il pomeriggio. L’idea viene rilanciata da Lega e FI, ma Pd, M5S e Leu non ci stanno. Sembra vacillare l’accordo dell’ex maggioranza Conte per arrivare in aula il 13 luglio. Il tavolo di maggioranza viene sospeso e si riuniscono gli ex alleati. Alla fine Iv e Autonomie confermano il loro sì al calendario, ma i distinguo non mancano.

“Il presidente Ostellari ha fatto un reale passo in avanti sia nel merito che nel metodo, si va seriamente avanti nella concreta volontà di trovare un’intesa – spiega Davide Faraone – voteremo comunque il calendario per il 13 perché abbiamo fatto un accordo – ma lo scontro frontale è un grande errore e chi lo porta avanti se ne assume l’esclusiva responsabilità”. “Quello di Ostellari è un grande passo nella nostra direzione. Noi preferiremmo non fare forzature ma fare anche noi un piccolo passo. Cosa ci costano 24 ore in più – gli fa eco Julia Unterberger, leader delle Autonomie, gruppo che conta 8 voti decisivi per portare a casa il provvedimento – Se il presidente, leghista, fa questa proposta vuol dire che la Lega la voterebbe: accettano il ddl Zan, il concetto di genere è già un passo avanti. Non c’è l’identità di genere, è vero ma è assurdo imputarsi su una parola”.

Le premesse per una battaglia infuocata in aula ci sono tutte e , secondo gli addetti ai lavori, “nessuno ha la vittoria in tasca”. I voti segreti, che ci saranno perché previsti dal regolamento, comunicheranno ulteriormente il quadro. C’è già chi prevede “un fiume di emendamenti dell’algoritmo Calderoli”. “Non so cosa sia l’algoritmo Calderoli”, si schermisce con LaPresse il vicepresidente del Senato. Sta studiando? “Bastano quattro emendamenti, ma fatti bene”, risponde.

In ogni caso, se Iv confermerà in Aula gli emendamenti presentati in commissione Giustizia o se qualche proposta di modifica di Lega o Forza Italia dovesse ricalcare la legge Scalfarotto, sin qui sostenuta da i renziani, la possibilità che si crei una maggioranza inedita c’è. Lega, FI, Iv e Autonomie, infatti, arrivano insieme a quota 140 voti, ma a quel punto non è da escludere – stando a sentire gli addetti ai lavori- che anche FdI, che sin qui ha bollato il tema come non prioritario, possa schierarsi a favore di modifiche che ricalcano il testo Ronzulli, sottoscritto dal partito di Giorgia Meloni. A palazzo Madama tra gli ultimi ad andare via c’è Monica Cirinnà con la sua collana arcobaleno.

 

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