Per il successore di Graziano Delrio si dovrà attendere fino a martedì

Il primo passo è fatto. Al Senato il Partito democratico ha una nuova capogruppo, Simona Malpezzi, eletta all’unanimità dai colleghi, davanti al volto sorridente del neo segretario Enrico Letta, che ha chiesto e ottenuto la sostituzione di Andrea Marcucci. E martedì prossimo porterà a casa pure la Camera, anche se si prefigura un ballottaggio tra Debora Serracchiani e Marianna Madia. A meno che una delle due candidate non decida di sfilarsi, esattamente come è accaduto a Palazzo Madama con Roberta Pinotti. In ogni caso, per dirla con le parole dell’ex premier, “non è un dramma ma una sana competizione”.

La transizione non è stata comunque semplice. Lo dimostrano le parole proprio di Marcucci, che assicura di non aver avuto “diktat da parte di nessuno”, ma critica comunque il metodo: “Non è un modo corretto di approccio alla parità di genere”. Letta incassa e non replica, ringrazia il presidente uscente dei senatori e augura buon lavoro alla nuova capogruppo.

Malpezzi affronta subito il tema più spinoso di tutti nella galassia dem: le correnti. “Un grande partito ha bisogno di tante aree di pensiero all’interno delle quali ci si possa confrontare”, dice l’ormai ex sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento. Ruolo per il quale spera ancora di vedere impegnata una donna. Il segretario – che ufficializza l’addio a Parigi e Science Po – ascolta, prende nota e riflette.

Anche perché il percorso non è finito, prima c’è da portare a casa l’avvicendamento alla Camera. Per il successore di Graziano Delrio, però, si dovrà attendere fino a martedì, quando si aprirà il seggio nella sala Berlinguer di Montecitorio. Al momento il borsino vede in vantaggio Serracchiani, forte di un appoggio più consistente rispetto all’ex ministra della Pa. Ma nel caso in cui fosse eletta capogruppo, ovviamente dovrebbe lasciare la presidenza della commissione Lavoro, posizione su cui si sono concentrate le mire di Forza Italia. “Resterà a noi, abbiamo i numeri della precedente maggioranza. Questo è un falso problema”, fanno sapere dal Pd, citando proprio il caso recente del passaggio di testimone tra i forzisti Mara Carfagna e Andrea Mandelli alla vice presidenza della Camera.

Il passaggio è comunque delicato, infatti Letta sceglie lo stesso approccio avuto in Senato e ascolta con calma i 23 interventi nelle tre ore di riunione. Tutti tematici: dall’agenda del governo Draghi al Next Generation Eu alla parità di genere. Tutti, però, hanno un comune denominatore: il riconoscimento e la gratitudine verso Delrio per la scelta di favorire questa transizione. Quando il segretario prende la parola non schiaccia il piede sull’acceleratore, ma ribadisce: “La questione di genere è la precondizione perché siamo davvero partito democratico”. Al punto da sposare la battaglia per la doppia preferenza di genere per la legge elettorale del Friuli, ma anche a livello nazionale. E assicura che sotto la sua guida il Pd “non sarà mai un partito di leadership uniche”, anzi “cercherò di essere soprattutto quello che spinge sull’intelligenza collettiva”.

Letta, però, non rinuncia a combattere il correntismo. “Dobbiamo avere anime e sensibilità diverse, ma non una federazione di partiti”, ammonisce.

Semmai “un gruppo fatto di personalità forti, tra cui si può scegliere”.

L’ex premier, intanto, apre la partita europea, forse in attesa dell’alleato Giuseppe Conte (l’incontro è ‘benedetto’ anche da Nicola Zingaretti). L’esordio – in videoconferenza – al vertice dei Socialisti e democratici che precede il Consiglio Ue è accolto dall’abbraccio virtuale di Paolo Gentiloni. “Il Social Summit di Porto a maggio sarà uno spartiacque della storia Ue. Pieno sostegno a Antonio Costa: è il momento di realizzare davvero il pilastro sociale europeo, nello spirito di Jacques Delors”, dice ai partner continentali. Esortandoli a “essere protagonisti della Conferenza sul Futuro dell’Europa” e “superare la vetocrazia” per “creare davvero l’Europa della salute. Non sprechiamo l’occasione”. E sui vaccini Letta chiede che “l’Europa parli con una sola voce”. La nuova fase dem è già nel pieno.

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