"Fase nuova, non buttare a mare l'alleanza con M5S e Leu"

Convergere, per responsabilità, su Mario Draghi ma non rompere l’alleanza con il Movimento 5 stelle e Leu. È questa la partita che il Pd, fallito il tentativo di dar vita al Conte ter, intende giocare. La linea, all’interno della ‘war room’ del Nazareno è chiara. La inizia a tratteggiare Andrea Orlando di buon mattino, dai microfoni di Radio Immagina. Vanno evitati “gli errori del passato”, dice riferendosi al Governo tecnico guidato da Mario Monti che costò caro ai Dem. “Non basta dire ‘C’è Draghi, viva Draghi'”, spiega, serve piuttosto “una convergenza sul programma” e, in ogni caso, non dipende tutto dal Pd, che in Senato “pesa per l’11%”, la decisione verrà presa “anche in relazione a quello che fanno le altre forze politiche”.

Nicola Zingaretti lo dice chiaro. Con l’incarico a Mario Draghi “si apre una fase nuova”, che può portare il Paese “fuori dall’incertezza” creata da una crisi “irresponsabile e assurda”. In ogni caso, però, “non bisogna perdere la forza e le potenzialità” del “patrimonio unitario” costruito con M5S e Leu che rappresenta “l’unica alternativa” alla vittoria della destra.

Di qui la scelta di incontrare gli alleati, per cercare una convergenza possibile. Perché, per i Dem, non sarebbe affatto facile dire sì a un Governo Draghi, se il M5s alla fine decidesse di votare contro, soprattutto se la golden share sulla nascita del nuovo esecutivo l’avesse il centrodestra e i voti della Lega (ancora ufficialmente contraria) fossero determinanti.

Dopo l’incontro, in realtà, le posizioni restano distanti. Anche se Zingaretti registra la “positiva disponibilità di voler tenere aperta una prospettiva politica unitaria”. La mediazione è comunque in atto. Dario Franceschini si spende in prima persona: “Dico agli amici dei Cinque stelle: attenti, di fronte a problemi ancora più gravi, a non rovesciare le parti; attenti, di fronte a un richiamo come quello di Mattarella e alla disponibilità di una personalità come Draghi a non produrre un esito paradossale: la maggioranza che si spacca e la destra disponibile per senso di responsabilità”, avverte, dicendosi convinto del fatto che lo stesso Giuseppe Conte sarà “il primo e il più convinto sostenitore” del premier incaricato.

I Dem non intendono ‘abbandonare’ l’avvocato pugliese. Zingaretti gli esprime la sua personale gratitudine e lo stesso fa Goffredo Bettini, che crede ancora in una prospettiva comune: “Non si può buttare a mare il solo schema politico che può battere la destra”, insiste. Non solo. Il Richelieu Dem non nasconde le premesse da cui muoverebbe un Governo Draghi: “Parte in una situazione del tutto confusa e incerta nelle prospettive”, ammette, non tralasciando di sottolineare come, se è vero che è impossibile votare adesso, a giugno si voterà nelle principali città italiane. Quasi a voler indicare un piano B.

I gruppi parlamentari, però, assicurano una “collaborazione fattiva” a Draghi. “Il tema non è dire sì o no a Draghi senza i 5stelle ma convincere i 5stelle a dire sì – spiega un auterovole fonte di Base riformista- All’appello del presidente della Repubblica il Pd non può che dare propria disponibilità con responsabilità”.

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