Il Movimento rischia seriamente di subire la prima scissione della sua storia

Stavolta non è solo un fuoco di paglia. Il Movimento 5 Stelle rischia seriamente di subire la prima scissione della sua storia. Non uno smottamento tale da far crollare il corpaccione pentastellato nel momento clou della crisi, ma comunque un graffio profondo. Perché l’addio sarebbe di quelli che fanno male, per la base grillina: Alessandro Di Battista. Sono pesanti le parole che usa l’ex pasionario per far sapere di non aver mandato giù l’apertura dei suoi al dialogo con Italia viva, dopo aver ascoltato il capo politico, Vito Crimi, dal Colle dopo le consultazioni. Chiare e tonde, pubblicate sui suoi canali social: “Prendo atto che la linea è cambiata. Io non ho cambiato opinione”. Dunque, “tornare a sedersi con Renzi significa commettere un grande errore politico e direi storico”, perché “significa rimettersi nelle mani di un ‘accoltellatore’ professionista”.

Non sarà un ultimatum, ma ci assomiglia moltissimo: “Se il Movimento dovesse tornare alla linea precedente io ci sono. Altrimenti arrivederci e grazie”, avvisa. E con lui c’è una pattuglia di parlamentari pronti a levare le tende. A partire da Barbara Lezzi, che pubblicamente contesta un post del deputato Cinquestelle, Emilio Carelli, in cui l’ex giornalista aveva indicato la sua lettura della linea politica: “No a veti su Italia Viva ma avanti con Giuseppe Conte”. La senatrice pugliese, però, non ci sta a quello che definisce “un repentino cambio”, invocando il voto degli iscritti come è già accaduto con il governo gialloverde nel 2018 e giallorosso nel 2019. Ma in breve tempo il post di Dibba diventa virale, in due ore raccoglie oltre 8.500 commenti e 3.300 condivisioni. Tra questi c’è il deputato M5S, Raphael Raduzzi, che condivide “pienamente”.

Anche Nicola Morra, uomo di peso nello scacchiere pentastellato, boccia la scelta del gruppo dirigente: “Leggo che siamo più dorotei dei dorotei. Io no”, scrive il presidente della commissione Antimafia. Duro è pure il commento del collega alla Camera, Pino Cabras, che usa un’ironia amara: “I ‘mai più con Renzi’ durano comunque meno dei miei 15 minuti di notorietà”.

Segnali poco incoraggianti, che fanno il paio con quelli arrivati negli ultimi giorni. Perché si sta formando un gruppo di portavoce decisi a non votare la fiducia a nessun governo che non preveda l’ex ‘avvocato del popolo’ alla guida. Dalle indiscrezioni che filtrano, si tratta di circa 4 senatori e una decina di deputati: non tantissimi, ma in tempi di calcoli e ‘volenterosi’ fanno preoccupare.

Le fibrillazioni in casa M5S, però, non finiscono qui. E il terminale è sempre Iv. Per annunciare la decisione del governo di revocare “la vendita di 12.700 bombe all’Arabia Saudita”, il sottosegretario agli Esteri, Manlio di Stefano, punta il dito contro il leader di Italia viva, ai tempi in cui era lui a capo del governo: “Sono estremamente felice del percorso fatto, insieme alla società civile e al Parlamento, per bloccare una vergogna lasciataci in eredità da Renzi ai tempi del suo mandato da premier, nel 2016, proprio nel momento peggiore della guerra in Yemen”. L’ex collega, e deputato di Iv, Ivan Scalfarotto, però, replica piccato: “Fu proprio Manlio Di Stefano a venire in aula, nel giugno 2019, a chiedere a nome del Conte 1 il voto per l’embargo solo su bombe di aereo e missili e non sulle altre armi. Con la nostra maggioranza, il mese scorso, si è riparato al grave errore di allora”. Lo scontro viene sedato dall’intervento del titolare della Farnesina, con una nota: “In una fase delicatissima per il Paese, a consultazioni aperte, non è questo il momento delle polemiche”. Il titolare della Farnesina lancia un messaggio a tutti: “Dobbiamo seguire la strada tracciata dal Colle e mostrare senso di responsabilità”.

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