Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole la Groenlandia. Ora tra crisi climatica e economia dei ghiacci è bene cercare il vero valore dell’isola più grande della Terra, e capire cosa c’è dietro quello che non può esser derubricato a un capriccio.
Non si sa ancora come, ma le strade da percorrere per fare della Groenlandia il 51esimo stato americano sono al momento diverse: tra le opzioni si parla di annessione, di protettorato, di acquisto (sì, potrebbe esser comprata) dalla Danimarca di cui è territorio indipendente.
Il dato di fatto è che la Groenlandia si trova al centro di una serie di trasformazioni naturali. In particolare, il nodo principale si stringe intorno alle molte occasioni economiche future legate alla questione climatica e alle sue conseguenze, riscaldamento globale in testa.
Di recente Trump ha estromesso il Paese che guida da oltre 60 organizzazioni internazionali. Tra queste, c’è la Convenzione dell’Onu dedicata ai cambiamenti climatici, l’Unfccc (United nations framework convention on climate change). Sotto l’ombrello dell’Unfccc è stato per esempio coordinato e concluso l’accordo di Parigi; quello che, come già avvenne al suo primo giro alla Casa Bianca, anche questa volta è stato abbandonato. Insomma la traduzione potrebbe essere che del clima non gliene ne importa granché.
A Trump interessa ‘conquistare’ la Groenlandia. Ora, in Americano, Groenlandia diventa ‘Greenland’. Un segnale? Una coincidenza scritta nel destino di un nome? O forse la definizione corretta, Terra verde?
Tutto quello che ‘Greenland’ voglia o non voglia significare, di sicuro c’è che proprio quei cambiamenti climatici, che l’attuale amministrazione Usa ha deciso di ignorare, potrebbero essere il vero e futuro valore aggiunto della Groenlandia. Il ragionamento potrebbe essere quasi elementare, causa ed effetto: peggiorando le condizioni ambientali del Pianeta, con le temperature fuori controllo, a giovarne saranno in pochi. Tra quei pochi, c’è sicuramente la Groenlandia. L’impatto dei cambiamenti climatici porterebbe quindi grandi opportunità.
In Groenlandia vivono, su una superficie di 2,1 milioni di km quadrati, poco meno di 60mila abitanti. La capitale è Nuuk. La sua moneta è la corona danese e il suo Pil supera a stento i 3,3 miliardi di dollari. E’ la più grande isola del Pianeta, che porta con sé un corollario di quasi 45mila isolotti. Qua, nel cuore strategico del circolo polare Artico, si gioca quindi una partita straordinaria. Ed è qua che entra in campo l’economia dei ghiacci, che si sciolgono. E’ sempre qua che si vince e si perde; è questo il bivio dove la storia sceglie che sentiero imboccare: incamminarsi verso l’Artico corrisponde a trovare risorse minerarie, difesa, logistica, commercio mondiale, biodiversità.
Meno strati di neve, significa meno ghiaccio: di conseguenza maggior facilità di accesso alle risorse del sottosuolo, dal momento che i costi delle trivellazioni (l’Artico viene stimato custodisca circa 90 miliardi di barili di petrolio e 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale) e delle ricerche sono diciamo così ‘poco’ sostenibili, per arrivare alle materie prime (dalla grafite al titanio) e alle terre rare che lo compongono.
Un’area così grande nel mezzo dell’Atlantico del nord ha un valore difensivo: si trova sulla rotta di navi militari, portaerei, sottomarini, e soprattutto di missili balistici in grado di viaggiare da una sponda all’altra dell’oceano. Non minore importanza assumeranno i varchi che si apriranno con lo scioglimento dei ghiacci: da un lato la logistica potrebbe conoscere un punto d’approdo unico al mondo, dall’altro il commercio marino taglierebbe di netto i tempi di percorrenza (cose che già avviene). Come se non bastasse, la biodiversità è in aumento da alcuni decenni: crescono piante prima impensabili a quelle latitudini; si incrementa la vegetazione portando benefici sia all’agricoltura che alla pesca.
In Groenlandia si può vivere ora. E ci si potrà vivere, anche a fronte di un aumento della temperatura, che negli ultimi anni ha mostrato il passo crescendo oltre la soglia di 1,5 gradi centigradi indicata dalla Cop21, proprio quella di Parigi. Sarà un posto sostenibile anche quando il riscaldamento globale mostrerà la sua aggressività, e quando si dovrà lottare per la sopravvivenza come già succede in tante aree della Terra, dalle regioni del Sahara alle piccole isole del Pacifico tipo Tuvalu e Kiribati. Come in una specie di più lenta e drammatica trasposizione hollywoodiana della realtà. Del resto gli studios proprio a ‘Greenland’ avevano pensato di affidare, in un tempo e in uno spazio post-apocalisse, la rinascita dell’umanità.

