Gli Stati Uniti hanno richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per oggi pomeriggio in seguito al protrarsi delle proteste popolari e della sanguinaria repressione da parte del regime. Lo ha affermato un diplomatico del Consiglio, parlando in forma anonima poiché la riunione non è ancora stata ufficialmente calendarizzata. Intanto Teheran ha riaperto il proprio spazio aereo ai voli commerciali, dopo una chiusura durata oltre quattro ore nella notte tra mercoledì e giovedì, durante i quali i vettori internazionali hanno dovuto deviare le proprie rotte a nord e a sud del Paese. Le compagnie aeree iraniane hanno già ripreso a volare sullo spazio aereo della capitale.
Il Pentagono ha annunciato lo spostamento di un gruppo d’attacco navale dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente, in un contesto di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. Secondo quanto riporta The Hill, la portaerei USS Abraham Lincoln e il suo gruppo d’attacco sono stati avvistati mentre si dirigevano verso ovest, allontanandosi dalla regione indo-pacifica, secondo le immagini fornite da Copernicus, una società di dati satellitari che monitora il traffico marittimo. Lo spostamento del gruppo d’attacco, che comprende aerei da combattimento, cacciatorpediniere lanciamissili e almeno un sottomarino d’attacco, dovrebbe richiedere circa una settimana.
I consiglieri di Donald Trump hanno suggerito al presidente americano che un attacco su larga scala contro l’Iran difficilmente porterebbe alla caduta del regime e potrebbe innescare un conflitto più ampio. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcuni funzionari dell’Amministrazione Usa. Il presidente per ora monitorerà come Teheran gestirà la repressione delle manifestazioni anti governative, prima di decidere la portata di un potenziale attacco. I consiglieri presidenziali, scrive il Wsj, hanno suggerito che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di una maggiore potenza militare in Medio Oriente sia per lanciare un attacco su larga scala, sia per proteggere le forze americane nella regione e gli alleati come Israele in caso di rappresaglia iraniana.
Il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di rinviare qualsiasi piano di attacco militare americano contro l’Iran. Lo ha rivelato al New York Times un alto funzionario statunitense. Netanyahu ha parlato con Trump ieri, lo stesso giorno in cui il presidente americano aveva dichiarato di aver ricevuto informazioni da “fonti molto importanti dall’altra parte” secondo cui l’Iran aveva smesso di uccidere i manifestanti e non aveva proceduto con le esecuzioni.
Il blackout di Internet in Iran è entrato nella sua seconda settimana, con la connessione ai siti ancora fortemente limitata 168 ore dopo che le autorità hanno imposto il blocco. Lo ha affermato il gruppo di monitoraggio di Internet NetBlocks. “Esattamente una settimana fa, l’Iran è sprofondato nell’oscurità digitale quando le autorità hanno imposto un blackout nazionale di internet”, ha scritto NetBlocks in un post su X, “nei giorni successivi gli iraniani hanno continuato a protestare e a chiedere libertà nonostante la repressione draconiana”.
“Ogni repressione, ogni manipolazione dei principi di libertà passa, anzitutto, dalla repressione contro i giornalisti. Non è un caso che i regimi più efferati provvedano subito a comprimere gli spazi della libertà di informazione, non appena viene posto in discussione il loro operato”.
“Pensiamo a quanto sta accadendo in questi giorni in Iran: insieme alla efferata crudeltà dello sterminio dei manifestanti, occultare quanto avviene – le manifestazioni di piazza, la repressione, le uccisioni – è stata la prima preoccupazione di un regime, che, fin dall’inizio, ha tentato di bloccare l’accesso alle fonti di informazione, la diffusione delle notizie”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo nel corso dell’incontro, al Quirinale, con i partecipanti al 30° anniversario del Seminario di Venezia per la stampa britannica.
“Si tratta soltanto dell’ultimo esempio dei tentativi di nascondere il dissenso, il malessere sociale, la verità, attraverso l’oscuramento dei fatti che i giornalisti sono invece chiamati a testimoniare in ogni circostanza, particolarmente in quelle più drammatiche, come i conflitti dai cui teatri si cerca di escluderli, censurandone il lavoro o addirittura proibendo loro l’accesso”, ha aggiunto il Capo dello Stato.
La ministra degli Esteri canadese Anita Anand ha dichiarato che un cittadino canadese è morto in Iran “per mano delle autorità iraniane”. “Le proteste pacifiche del popolo iraniano – che chiede che la propria voce sia ascoltata di fronte alla repressione del regime iraniano e alle continue violazioni dei diritti umani – hanno portato il regime a ignorare palesemente il valore della vita umana”, ha scritto sui social Anand. “Questa violenza deve finire. Il Canada condanna e chiede la fine immediata della violenza del regime iraniano”, ha aggiunto. I funzionari canadesi consolari sono in contatto con la famiglia della vittima.
“Ciò che sta accadendo in Iran è abominevole e l’uccisione di questi giovani è una tragedia umana e noi stiamo considerando l’inasprimento delle sanzioni contro l’Iran. Lo dice la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nella conferenza stampa al termine della visita del Collegio dei commissari a Cipro, presidente di turno del Consiglio Ue. “Le sanzioni sono pesanti e hanno il loro effetto. Stanno indebolendo il regime, e contribuiscono a spingere affinché questo regime giunga alla fine e si verifichi un cambiamento – prosegue -. In ultima analisi, è il popolo iraniano che sta lottando coraggiosamente per un cambiamento. Hanno il nostro pieno sostegno politico. Ci chiedono anche di elencare, non solo, come abbiamo fatto, la Guardia Rivoluzionaria Islamica, ma anche altri responsabili delle atrocità. Ci chiedono di elencarli, e posso capire perfettamente, visto quello che sta succedendo in Iran, che si tratti di qualcosa di importante, e sì, lo faremo”. Sulla possibilità di un attacco Usa o Israele, “non posso commentare le attività di altri Paesi. Spetta a loro decidere cosa fare”, commenta von der Leyen.
Gli Stati Uniti hanno varato una serie di nuove sanzioni contro i funzionari iraniani ritenuti responsabili della repressione violenta delle proteste. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato che l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del dipartimento “sta prendendo provvedimenti contro gli artefici della brutale repressione dei manifestanti pacifici da parte del regime iraniano” e che “l’Ofac sta anche prendendo provvedimenti contro le reti bancarie ombra che consentono all’élite iraniana di rubare e riciclare i profitti generati dalle risorse naturali del Paese”. Tra i funzionari della sicurezza iraniana sanzionati oggi c’è Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Larijani, si legge in una nota del dipartimento di Stato, “è stato uno dei primi leader iraniani a invocare la violenza in risposta alle legittime richieste del popolo iraniano”.
L’inviato dell’Iran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, ha rivelato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha informato Teheran che non attaccherà il Paese e ha chiesto anche all’Iran di esercitare moderazione. Lo riporta il quotidiano pakistano Dawn. L’inviato iraniano ha aggiunto di aver ricevuto informazioni intorno all’una di notte, dalle quali emergeva che Trump non voleva la guerra e che aveva chiesto all’Iran di non attaccare gli interessi statunitensi nella regione. Moghadam ha poi affermato che la situazione è ora “pienamente sotto controllo”, aggiungendo che al momento non ci sono proteste in Iran, nonostante le minacce provenienti da Israele e dagli Stati Uniti.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato per oggi pomeriggio un vertice riservato con i principali ministri nel palazzo della Cancelleria a Berlino, dedicato ai temi della sicurezza della Germania e internazionale. Lo riporta la Bild, citando fonti della sicurezza.
Alla riunione, prevista alle 15 e della durata di circa due ore, partecipano il vicecancelliere Lars Klingbeil, il ministro della Difesa Boris Pistorius, il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt e il capo della Cancelleria Thorsten Frei. Secondo il quotidiano non è stata definita un’agenda formale, ma tra i dossier al centro del confronto figurano i piani statunitensi sulla Groenlandia e la possibile partecipazione della Bundeswehr, le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, la situazione in Iran e la prevista visita a Berlino del leader siriano Ahmed al-Scharaa nei prossimi giorni.
Il vertice si svolge in un’area ad alta sicurezza della Cancelleria, progettata per impedire intercettazioni. Secondo Bild, durante l’incontro saranno adottate misure particolarmente rigorose: telefoni cellulari lasciati all’esterno, ambienti schermati e dispositivi anti-ascolto per evitare interferenze o tentativi di spionaggio elettronico. Il quotidiano ricorda che in passato anche leader politici tedeschi sono stati oggetto di attività di intelligence da parte di potenze straniere, sottolineando come la crescente tensione geopolitica renda la sicurezza delle comunicazioni un tema sempre più centrale per il governo federale.
Un membro della Mezzaluna Rossa iraniana (Ircs), identificato come Amir Ali Latifi, è stato ucciso in Iran lo scorso 10 gennaio e altri 5 colleghi sono rimasti feriti, mentre erano tutti in servizio nella provincia di Gillan. Lo riferisce la Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (Ifrc), dicendosi “profondamente rattristata” e porgendo le condoglianze alla famiglia della vittima e a tutti i colleghi della Mezzaluna rossa. “Siamo solidali con la Società della Mezzaluna Rossa Iraniana e con tutti gli operatori sanitari e umanitari che forniscono assistenza salvavita in questo momento difficile. Gli operatori umanitari devono essere protetti”, ha dichiarato Ifrc.
Secondo quanto appreso da Iran International, tre membri della stessa famiglia sono stati uccisi dopo che la loro auto è stata presa di mira dalle forze di sicurezza iraniane nella città di Karaj, a ovest di Teheran, durante le proteste del 9 gennaio. Le vittime sono state identificate come Bijan Mostafavi, un insegnante in pensione, sua moglie Zahra Bani Amerian, un’impiegata previdenziale in pensione, e il loro figlio diciannovenne, Danial Mostafavi, uno studente universitario. Lo ha affermato una fonte vicina alla famiglia. I tre si trovavano all’interno del proprio veicolo privato quando è stato colpito da una violenta sparatoria durante gli scontri nella zona. Anche il figlio maggiore della coppia, Davoud Mostafavi, era in macchina in quel momento, ma al momento non ci sono informazioni confermate sulle sue condizioni.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha parlato con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, il quale ha affermato che la situazione è “ora stabile”. Araghchi ha dichiarato che “spera che la Cina svolga un ruolo più importante nella pace e nella stabilità regionale” durante i colloqui, secondo quanto riportato dal comunicato del ministero degli Esteri cinese. “La Cina si oppone all’imposizione della propria volontà su altri paesi e si oppone al ritorno alla ‘legge della giungla’”, ha detto Wang, “la Cina ritiene che il governo e il popolo iraniani si uniranno, supereranno le difficoltà, manterranno la stabilità nazionale e salvaguarderanno i propri diritti e interessi legittimi”. “La Cina spera che tutte le parti abbiano a cuore la pace, esercitino moderazione e risolvano le divergenze attraverso il dialogo”, ha aggiunto, “la Cina è disposta a svolgere un ruolo costruttivo in tal senso”.
Che ne pensa dell’ipotesi di un’azione militare statunitense in Iran? “Non mi pare che ci sia un’azione militare decisa da parte degli Stati Uniti, decide Trump, vedremo che cosa accadrà, non possiamo commentare le ipotesi. Io mi auguro sempre che tutto si possa risolvere con la diplomazia”. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani parla a margine di un evento alla Camera.
Come Italia sulla questione Iran “prenderemo delle iniziative insieme all’Unione europea. Adesso ci sarà il Consiglio europeo. Vedremo quali saranno le iniziative europee anche su eventuali sanzioni”. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, a margine di un evento alla Camera.
“Io credo che non si debbano mai interrompere i rapporti diplomatici, perché altrimenti non c’è possibilità di trattativa e possibilità di di convincere le autorità iraniane ad avere un atteggiamento diverso nei confronti dell’opposizione – aggiunge -. Il dialogo è sempre utile, anche con chi non la pensa come noi. Non avevamo rotto le relazioni diplomatiche neanche con il Venezuela. C’era un livello più basso di relazioni diplomatiche, abbiamo deciso ora di alzare il livello delle relazioni, da incaricato d’affari ad ambasciatore, ma non abbiamo mai rotto le relazioni diplomatiche”.
“Ci sono tra cinquecento e seicento italiani che vivono in Iran, quindi dobbiamo tenere conto anche di questa necessità consolare. Abbiamo ridotto il numero di coloro che operano nelle nostre sedi diplomatiche in Iran e li abbiamo fatti ritornare in Italia per questioni di sicurezza. Ritorneranno quando la situazione sarà più tranquilla”. “Abbiamo detto ai turisti di partire il prima possibile, però coloro che vivono in Iran, magari sono persone che fanno parte di famiglie miste, non hanno chiesto di andare via dal paese. Ma chi non è stanziale in Iran è bene che lasci il Paese”, rimarca Tajani.
I media statali iraniani hanno smentito le voci secondo cui un giovane arrestato durante le recenti proteste in Iran, identificato come Erfan Soltani, sarebbe stato condannato a morte. La dichiarazione rilasciata oggi dalla magistratura contraddice quanto affermato dai “media dell’opposizione all’estero”, secondo cui il giovane sarebbe stato rapidamente condannato a morte durante la violenta repressione delle manifestazioni. Le autorità giudiziarie iraniane hanno affermato che Soltani era detenuto nel penitenziario centrale della città di Karaj, fuori dalla capitale Teheran. Insieme ad altri manifestanti, è stato accusato di “attività di propaganda contro il regime”.
Testimoni a Teheran riferiscono che non ci sono nuovi segni di disordini e che gli spari sono cessati. I media statali iraniani annunciano ondate di arresti, prendendo di mira quelli che definiscono “terroristi”. I video delle manifestazioni hanno smesso di arrivare dall’Iran, il che probabilmente indica un rallentamento del loro ritmo a causa della massiccia presenza delle forze di sicurezza nelle principali città. Nel frattempo, però, in tutto il mondo si sono tenute proteste contro l’Iran, mentre l’attenzione globale si è concentrata sulla repressione.
Dopo la caduta della Repubblica islamica “il programma nucleare militare dell’Iran avrà fine, il sostegno ai gruppi terroristici cesserà immediatamente” e “un Iran libero collaborerà con i partner regionali e globali per contrastare il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e l’islamismo estremista”. Lo ha affermato il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano Mohammad Reza Pahlavi. “L’Iran agirà come amico e forza stabilizzatrice nella regione. E sarà un partner responsabile nella sicurezza globale”, ha proseguito, aggiungendo che “in materia di diplomazia le relazioni con gli Stati Uniti saranno normalizzate e la nostra amicizia con l’America e il suo popolo sarà ripristinata”. “Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto. Perseguiremo l’espansione degli Accordi di Abramo negli Accordi di Ciro, che riuniranno un Iran libero, Israele e il mondo arabo”, ha detto ancora. Nella visione enunciata da Reza Pahlavi, “si aprirà un nuovo capitolo, basato sul riconoscimento reciproco, la sovranità e l’interesse nazionale”. Il figlio dell’ultimo scià ha anche fatto riferimento al settore energetico. “L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas al mondo. Un Iran libero diventerà un fornitore affidabile di energia per il mondo libero. Il processo decisionale sarà trasparente. Le azioni dell’Iran saranno responsabili. I prezzi saranno prevedibili”. Reza Pahlavi ha poi fatto riferimento al campo economico: ” l’Iran è uno degli ultimi grandi mercati inesplorati al mondo. La nostra popolazione è istruita, moderna, con una diaspora che la collega ai quattro angoli del mondo. Un Iran democratico aprirà la sua economia al commercio, agli investimenti e all’innovazione. E l’Iran cercherà di investire nel mondo”. Poi ha concluso: “Questa non è una visione astratta. È una visione pratica. Basata sull’interesse nazionale, la stabilità e la cooperazione. Per raggiungere questo obiettivo, ora è il momento di stare dalla parte del popolo iraniano. La caduta della Repubblica Islamica e l’istituzione di un governo laico e democratico in Iran non solo restituirà dignità al mio popolo, ma porterà benefici alla regione e al mondo. Un Iran libero sarà una forza per la pace. Per la prosperità. E per la collaborazione”
I ministri degli Esteri del G7 di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti d’America, e l’Alta Rappresentante dell’Unione Europea, si dicono “profondamente preoccupati per gli sviluppi relativi alle proteste in corso in Iran” e “pronti a imporre ulteriori misure restrittive se l’Iran continuerà a reprimere le proteste e il dissenso, violando gli obblighi internazionali in materia di diritti umani”. “Ci opponiamo fermamente all’intensificazione della brutale repressione da parte delle autorità iraniane nei confronti del popolo iraniano, che ha coraggiosamente espresso le sue legittime aspirazioni a una vita migliore, alla dignità e alla libertà, dalla fine di dicembre 2025″, scrivono in una dichiarazione congiunta.”Siamo profondamente allarmati dall’elevato numero di morti e feriti segnalati – sottolineano -. Condanniamo l’uso deliberato della violenza e l’uccisione di manifestanti, le detenzioni arbitrarie e le tattiche intimidatorie da parte delle forze di sicurezza contro i manifestanti. Esortiamo le autorità iraniane a esercitare la massima moderazione, ad astenersi dalla violenza e a difendere i diritti umani e le libertà fondamentali dei cittadini iraniani, inclusi il diritto alla libertà di espressione, di ricercare, ricevere e diffondere informazioni, e la libertà di associazione e di riunione pacifica, senza timore di rappresaglie”.
Il presidente Usa, Donald Trump, ha detto alla sua squadra di sicurezza nazionale che vorrebbe che qualsiasi azione militare in Iran infliggesse un colpo rapido e decisivo al regime e non scatenasse una guerra prolungata che si trascinasse per settimane o mesi. È quanto riporta in esclusiva Nbc News, citando diverse fonti. “Se fa qualcosa, vuole che sia definitivo”, ha detto una delle persone a conoscenza delle discussioni. Altre fonti, citate dalla stessa emittente, sottolineano però che finora i consiglieri di Trump non sono stati in grado di garantirgli che il regime crollerebbe rapidamente dopo un attacco militare statunitense. Sempre secondo Nbc, “c’è la preoccupazione che gli Stati Uniti potrebbero non avere tutte le risorse necessarie nella regione per proteggersi da quella che i funzionari dell’amministrazione prevedono essere una risposta aggressiva da parte dell’Iran”. Stando alle fonti, queste dinamiche potrebbero portare Trump ad approvare un’offensiva militare statunitense più limitata in Iran, almeno inizialmente, riservandosi la possibilità di intensificarla, se decidesse di intraprendere un’azione militare. Tutte le persone consultate da Nbc sottolineano tuttavia che si tratta di una situazione in rapida evoluzione e che fino al pomeriggio locale di mercoledì non era stata presa alcuna decisione.
Il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano Mohammad Reza Pahlavi, “sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo Paese”, “non siamo ancora arrivati a quel punto” e “non so se il suo Paese accetterebbe o no la sua leadership, ma se lo facessero per me andrebbe bene”. È quanto ha detto il presidente Usa, Donald Trump, in un’intervista rilasciata a Reuters mercoledì nello Studio Ovale, di cui l’agenzia riferisce sul suo sito.
Il blackout di internet in Iran ha superato le 156 ore. È quanto riferisce NetBlocks, sottolineando che mentre “il silenzio si fa più profondo dopo una repressione brutale”, il vuoto di informazioni online “sta portando all’amplificazione dei resoconti filo-regime, delle notizie false generate dall’intelligenza artificiale e di altre agende”. Il blocco di internet è iniziato giovedì scorso. Ieri l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che è probabile che la connessione internet rimanga disconnesso per le “prossime una o due settimane”.
Amnesty International in una nota denuncia che “sulla base di video verificati e di informazioni attendibili provenienti da testimoni oculari, sono in corso in Iran uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti, mentre prosegue la chiusura di internet imposta dalle autorità l’8 gennaio allo scopo di nascondere i propri crimini”. L’organizzazione per i diritti umani sottolinea inoltre di aver sollecitato gli stati membri delle Nazioni Unite “a riconoscere che la perdurante impunità di sistema per i crimini commessi dalle forze di sicurezza iraniane nelle attuali e nelle precedenti proteste ha rafforzato le condotte criminali delle autorità iraniane”. Dal 28 dicembre, scrive Amnesty, “la crescente repressione mortale delle proteste per lo più pacifiche ha causato perdite di vite umane senza precedenti: le stesse autorità hanno ammesso un totale di 2000 morti”. Secondo le prove raccolte da Amnesty International, “le forze di sicurezza posizionate in strada e sui tetti di abitazioni private, di moschee e di stazioni di polizia hanno ripetutamente aperto il fuoco con fucili e pistole armate di pallini di metallo, colpendo manifestanti inermi spesso alla testa o al torace. Le strutture sanitarie sono stracolme di persone ferite mentre famiglie disperate cercano i loro cari tra i sacchi per cadaveri che riempiono gli obitori o vedono corpi impilati uno sopra all’altro sui rimorchi dei camion, nei congelatori o nei magazzini”. Amnesty International ha analizzato decine di video e di fotografie riferiti alla repressione delle proteste a partire dall’8 gennaio e realizzati in dieci città delle province di Alborz, Gilan, Kermanshah, Razavi Khorasan, Sistan e Balucistan e Teheran. L’organizzazione per i diritti umani afferma anche di aver consultato un medico forense indipendente mostrandogli video e fotografie di persone uccise o ferite. “Gli stati membri delle Nazioni Unite devono agire subito e in modo coordinato per impedire un ulteriore spargimento di sangue, anche attraverso la convocazione di riunioni e sessioni straordinarie del Consiglio dei diritti umani e del Consiglio di sicurezza. Per dare il segnale che l’era dell’impunità deve finire e per scongiurare altri massacri, gli stati membri devono prendere in considerazione l’istituzione di meccanismi di giustizia internazionale per avviare rapidamente indagini e processi nei confronti dei responsabili di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani”, sottolinea Amnesty International, secondo cui “è necessario che il Consiglio di sicurezza deferisca la situazione dell’Iran alla Corte penale internazionale”.“Questa spirale di bagni di sangue e impunità deve finire. La dimensione e la gravità dell’attuale repressione e delle uccisioni sono senza precedenti persino se comparata alle gravi violazioni dei diritti umani e ai crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità iraniane nelle varie precedenti proteste”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Mentre ampi settori della società iraniana riempivano le strade sfidando i proiettili, la Guida suprema iraniana e le forze di sicurezza hanno lanciato la loro peggiore campagna repressiva. Hanno intenzionalmente ucciso in massa persone che stavano chiedendo cambiamenti fondamentali e la transizione dal sistema della Repubblica islamica a una forma di governo che rispettasse i diritti umani e la dignità. La comunità internazionale deve assumere urgenti iniziative diplomatiche per proteggere i manifestanti da ulteriori massacri e porre fine all’impunità che sta guidando la politica di stato dei massacri”, ha aggiunto Callamard.
“Oggi o domani non ci saranno impiccagioni”. Lo ha detto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi intervenendo a ‘Special Report’ su Fox News.
Gli Stati Uniti hanno richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul tema dell’Iran per oggi pomeriggio. Lo ha affermato un diplomatico del Consiglio, parlando in forma anonima poiché la riunione non è ancora stata ufficialmente calendarizzata.

