Mercoledì sette ex terroristi rossi erano finiti in manette

Dopo i sette arresti di mercoledì in Francia, altri due dei tre ex terroristi sfuggiti al fermo si sono costituti alla giustizia transalpina. Luigi Bergamin e Raffaele Ventura hanno così posto fine alla loro fuga dall’Italia, dove sono già stati condannati e dove torneranno per scontare le pene.

Bergamin, appartenente a ‘Prima Linea’, deve scontare la pena residua di 16 anni, 11 mesi e un giorno inflitta con sei condanne definitive per banda armata e istigazione alla commissione di attentati contro l’integrità dello Stato, detenzione e porto d’armi, rapina aggravata, furto aggravato, associazione per delinquere e omicidio aggravato per la morte dell’agente della Digos di Milano Andrea Campagna, avvenuto nel capoluogo lombardo il 19 aprile 1979, e l’omicidio del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, avvenuto a Udine il 9 giugno 1978.

Ventura, appartenente alla organizzazione eversiva Formazioni comuniste combattenti, dal 31 gennaio 1986, ha acquisito la cittadinanza francese confermata il 14 agosto 1986 dal ministero degli Affari sociali transalpino. Deve espiare la pena di 24 anni e 4 mesi di reclusione per l’omicidio del brigadiere Antonio Custra, banda armata, rapine, detenzione e porto illegale di armi, poiché colpito da ordine di carcerazione, emesso il 16 febbraio dalla procura generale della Repubblica di Milano. Ventura, ha reso noto il suo legale, è rilasciato e posto in libertà vigilata.

“Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c’è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli”, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera la ministra della Giustizia Marta Cartabia a proposito degli arresti dei terroristi italiani ieri in Francia.

“Nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina così lacerante della storia nazionale – prosegue Cartabia – resti nell’ambiguità, e resti irrisolta. La storia offre numerosi esempi di giudizi celebrati e di vicende giudiziarie portati a compimento a molti anni di distanza. La nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto ad una sete di vendetta, che mi è estranea, ma ad un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena”.

Di riconciliazione che passi attraverso la giustizia ha parlato anche il sindaco di Milano Beppe Sala a margine delle celebrazioni per l’anniversario della morte di Sergio Ramelli, il 18enne militante del Fronte della Gioventù morto a seguito di un’aggressione subìta da parte di un gruppo di Avanguardia operaia.

“La riconciliazione, che è sempre l’obiettivo, deve passare attraverso il fatto che la giustizia deve fare il suo corso”, le parole di Sala. “Non provo nessun piacere a vedere persone anche anziane in carcere, ma sono convinto che, pure a distanza di tanto tempo, la giustizia debba fare il suo corso. Poi – conclude – sarà il momento della riconciliazione”.

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