Università, arriva la classifica della reputazione basata sull’AI

Università, arriva la classifica della reputazione basata sull’AI

Il primo ecosistema di analisi reputazionale degli atenei italiani sviluppato da Cogit AI per Forbes Italia. Tante le sorprese, a cominciare da Bolzano.

Polimi in testa, Bolzano meglio di Bocconi per l’internazionalità, atenei grandi non sono sinonimo di buono. Questi i punti principali che emergono da ‘AI reputation index’ il primo ecosistema di analisi reputazionale delle università italiane basato sull’intelligenza artificiale e sviluppato da Cogit AI per Forbes Italia.

Il risultato di questo ranking nei primi tre posti riflette altre classifiche ma subito dopo assume una forma interessante. In cima ci sono le solite note: Polimi a 94, Bocconi a 92, Normale di Pisa a 91; poi Trento, Bologna, Luiss e Padova, Pavia, Polito e Bolzano.

Con ‘AI reputation index’ degli atenei italiani, Next leaders by Forbes Italia offre un indice reputazionale ponderato che osserva la reputazione delle università italiane ad aprile 2026 superando le classifiche basate sulla sola produzione scientifica. L’indice pesa sei dimensioni: reputazione accademica, occupabilità, servizi agli studenti, internazionalizzazione, digitalizzazione, inclusività. Il calcolo incrocia le risposte dell’AI con quattro fonti: Censis 2025/2026, QS world university rankings 2026, The 2026, AlmaLaurea XXVII.

Oltre a una valutazione reputazionale e alla classifica, nel rapporto si mettono in evidenza diversi modelli, alcuni abbastanza noti, altri davvero sorprendenti. Di questi, tre in particolare saltano fuori molto più interessanti della classifica generale.

Sull’indice di apertura internazionale la graduatoria lascia spazio a sorprese: il primo posto è di un ateneo che molti, fuori dal Trentino-Alto Adige, chiamerebbero a stento ‘università di massa’; Unibz ha 4mila iscritti, meno di un quarto della Bocconi, un trentesimo della Sapienza. Ma è trilingue (italiano, tedesco, inglese), è sede pilota per l’European degree, ha un network Erasmus+ radicato sull’area germanofona e soprattutto eroga il 70% dei corsi in inglese contro il 10% della Sapienza. “Non è un dettaglio da poco – viene spiegato – è una scelta di posizionamento che, nella metrica, vale più del prestigio storico”.

C’è anche dimensione che viene valutata. Quella della soddisfazione degli studenti. Cogit AI la incrocia con il numero di iscritti. Anche qui un andamento che sorprende: 18 punti di differenza tra mega atenei e piccoli. Il rapporto lo chiama “costo reputazionale strutturale” e lo attribuisce a tre cause concrete: servizi inadeguati alla scala, accesso limitato ai docenti, tempi amministrativi lunghi.

Insomma gli atenei storici italiani fanno ricerca di livello mondiale e poi perdono lo studente alla segreteria. L’unica contromisura che Cogit AI vede funzionare – prosegue lo studio – è la digitalizzazione vera, cioè processi ridisegnati, non solo form on-line. È esattamente quello che separa un Polimi (88 di soddisfazione con 48mila iscritti) da una Sapienza (74 con 113mila iscritti). Al primo posto Bocconi (16mila iscritti); seguono Bolzano (4mila iscritti) e Luiss (11mila iscritti).

Il terzo modello che emerge non è una curiosità. E’ una tendenza di sistema. Tra il 2019 e il 2024 i corsi in inglese nelle università italiane sono cresciuti del 30%, e le immatricolazioni straniere sono passate da 75mila (2018) a 110mila (2025).

La correlazione che il rapporto misura è quasi meccanica: ogni 10% in più di corsi in inglese vale +0,8 punti l’anno sull’international outlook ‘The’. Tradotto: chi ha investito oggi guadagna studenti stranieri domani, chi resta monolingue perde attrattività in modo composto. In questa classifica ai primi tre posti ci sono Bolzano, Bocconi, Polimi. Non stupisce – viene messo in evidenza – che “la top five dell’apertura internazionale e la top 5 dell’inglese si sovrappongano quasi perfettamente. L’internazionalizzazione non è una dimensione autonoma: è il moltiplicatore di reputazione più potente dell’ultimo decennio”.

Quali sono le osservazioni che restano guardando all’analisi. “Il prestigio ereditato – si fa presente – continua a valere, ma sempre meno; la scala piccola non è più un handicap, spesso è un vantaggio operativo; l’internazionalizzazione è il driver che redistribuisce la reputazione tra atenei che 15 anni fa sembravano quasi sconosciuti”.

Per uno studente che sta scegliendo oggi significa “una cosa semplice: il nome sulla carta d’identità dell’università pesa meno di quanto pesi la sua traiettoria nelle sei dimensioni che ora”, grazie a questo indice, “si possono leggere in un numero”.

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