Iran, le preoccupazioni di Confindustria: “La guerra mette a rischio la crescita del Pil”

Iran, le preoccupazioni di Confindustria: “La guerra mette a rischio la crescita del Pil”

L’analisi di viale dell’Astronomia taglia la stima dello 0,2%. L’appello lanciato dal presidente Emanuele Orsini, intervenire con “misure forti” come l’Eurobond e il mercato unico dell’energia.

La guerra in Iran mette a rischio la crescita del Pil in Italia. E’ questo il cuore delle preoccupazioni espresse da Confindustria che – lanciando un appello rivolto alle forze di maggioranza e opposizione – parla di “responsabilità politica condivisa in Italia come in Europa”. Il punto è la necessità di predisporre misure per fronteggiare le ricadute sulla crescita di un eventuale protrarsi del conflitto fino all’estate, o peggio, fino alla fine dell’anno.

Serve “fare presto – osserva il presidente Emanuele Orsini – preparare misure incisive e forti”, come l’Eurobond o il mercato unico dell’energia. Il vicepremier e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani è dello stesso parere, e ammette: “Dobbiamo completare il mercato unico, il mercato dell’energia, quello finanziario, l’unione bancaria, l’armonizzazione fiscale, dobbiamo avere il coraggio di imprimere una svolta anche a Bruxelles. Lo dice il più europeista del governo, ma lì ci sono dei cambi di marcia da fare”.

Stima del Pil tagliata dello 0,2%

La crescita del Pil è a rischio: secondo quanto stimato dal centro studi di viale dell’Astronomia se la guerra dovesse finire entro la prossima settimana la stima per il 2026 sarebbe rivista al ribasso da +0,7% a +0,5%. Ma gli economisti ipotizzano anche altri due scenari, fissando la fine del conflitto a giugno o addirittura a fine anno: “Il Pil italiano è stimato in stagnazione se la guerra si prolunga fino al secondo trimestre, o addirittura in recessione se il conflitto dura fino al quarto trimestre“.

L’impennata dei prezzi

C’è poi l’allarme prezzi: l’impennata dell’energia si rifletterà nell’inflazione, che nello scenario base avrà un picco vicino al 3% per attestarsi a una media di +2,5%, con una revisione al rialzo di +0,7 punti rispetto alla stima di ottobre. Se il conflitto si protraesse fino a giugno “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l’anno in più in bolletta rispetto all’anno appena trascorso, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali superiore di 1 punto percentuale rispetto al 2025, passando dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Nello scenario peggiore”, con la guerra fino a fine anno, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%)”.

Riserve di petrolio per 11 mesi

L’allarme riguarda anche il petrolio: “Le riserve disponibili potrebbero compensare i 6-7 milioni di barili al giorno persi con la chiusura dello Stretto di Hormuz per circa undici mesi. Finite le riserve, con un’offerta limitata (la perdita è pari a circa il 6% del consumo mondiale), sarà il prezzo a salire fino al livello in grado di ridurre la domanda” che “rischia di essere tale da indurre gli automobilisti a non usare l’auto e modificare altre abitudini di vita quotidiana. Quindi un prezzo ben superiore ai 150 dollari al barile, in grado di causare una crisi economica globale”.

Le imprese vinceranno le sfide

“Ce la faremo nonostante tutto, perché ce l’abbiamo sempre fatta, perché ci siete voi – conclude Tajani – abbiamo un tessuto imprenditoriale in grado di affrontare tutte le sfide e vincerle. Per questo io sono ottimista”.

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