Leonardo chiude il 2025 “oltre ogni previsione”, già da ora per i prossimi anni prevede ordini per 142 miliardi al 2030.
E’ l’amministratore delegato Roberto Cingolani a metterci la firma: abbiamo realizzato “tutto quello che avevamo pianificato, oltre ogni previsione”. Ma il pensiero è già rivolto al dopo, con l’aggiornamento del Piano 2026-2030.
Ricavi a 19,5 miliardi
Il Gruppo di Piazza Monte Grappa ha registrato nel 2025 un “sensibile aumento degli ordini” a 23,8 miliardi, con il 14,5% in più rispetto all’anno scorso. I ricavi vanno a 19,5 miliardi, con un incremento in doppia cifra in tutti i settori di business. La guidance 2026 prevede ordini a circa 25 miliardi; ricavi circa 21 miliardi, Ebita circa 2,03 miliardi, free operating cash flow 1,11 miliardi, indebitamento netto 0,8 miliardi, al netto quest’ultima voce dell’acquisto di di Iveco defence vehicles per circa 1,7 miliardi che – come da target – dovrebbe essere conclusa entro il mese.
In prossimi 4 anni ordini oltre 140 miliardi
Al 2030 il gruppo prevede una crescita degli ordini a 32 miliardi di euro. Ricavi a 30 miliardi, ebita a 3,59 miliardi. Considerando invece l’arco di Piano (2026-2030) sono attesi ordini cumulati a 142 miliardi e ricavi cumulati a 126 miliardi.
Cedola in aumento
Numeri che piacciono alla Borsa dove il titolo, in positivo tutto il giorno, chiude guadagnando il 5,69% a 63,88 euro, anche alla luce della politica di dividendi portati per quest’anno a 0,63 euro, in aumento del 21%, e con la promessa di un ulteriore incremento in arco di Piano in modo proporzionale: “Se le cose andranno bene in futuro potremo avere un payout del 30-40% dell’utile adjusted”, annuncia Cingolani.
Richiesta di aiuto per i Paesi del Golfo
L’amministratore delegato spiega anche come dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, sia arrivata la richiesta di uno “sforzo” per aiutare i Paesi del Golfo, in una riunione lo scorso sabato che ha visto coinvolto un centinaio di operatori del settore. Si parla di tempi brevissimi, “entro una settimana” contribuendo “con alcuni asset, principalmente di radar, perché lì non avendo grande capacità di offesa il punto è soprattutto vedere cosa arriva. Ma non si tratta di un ingaggio, non è una guerra, è una richiesta di Paesi amici“.
“La nostra capacità di produzione nella Difesa – prosegue Cingolani – è aumentata considerevolmente ed è in corso un grande sforzo. Il numero di guerre sta crescendo più velocemente della nostra capacità produttiva onestamente, ma speriamo non sia per sempre”. Il punto è che “Teheran aveva fatto una riserva enorme di missili e droni, che stava servendo anche alla Russia; un arsenale importante che seppur ora ridotto, hanno ancora tantissime risorse. Gli scudi di air defense hanno un livello di precisione del 94-96%, per questo servono sistemi di difesa integrati come gli sky dome; forse è la lezione che abbiamo imparato. E l’altra è che difendersi costa più di attaccare, c’è un tema di sostenibilità della difesa“.
Michelangelo Dome e il confronto sull’underwater
Ma per Cingolani “quando queste guerre finiranno ci renderemo conto che c’è un problema di sicurezza legato alla guerra ibrida, non tradizionale, e lì dobbiamo tenerci pronti”. In questo discorso si inserisce il Michelangelo Dome, lo scudo multidominio presentato lo scorso novembre il cui primo componente è in fase di test e sarà realizzato entro fine anno “per i nostri amici in Ucraina“. Mentre è in corso un confronto con Fincantieri – rileva ancora Cingolani – per la realizzazione del dominio underwater che “dobbiamo aggiungere, perché sott’acqua i segnali non si propagano come in aria, e quindi va fatto in modo diverso”.
Quanto alla possibile riduzione degli investimenti governativi attesi, nel caso in cui l’ltalia non uscisse in tempi brevi dalla procedura di infrazione Ue, Cingolani si mantiene cauto: “Vediamo cosa succede. Leonardo esporta ben oltre l’80% in tutto il mondo quindi la dipendenza non è dalle cifre ma dal fatto che se sei una multinazionale della Difesa e gli altri ti chiedono ‘se le tue Forze Armate hanno adottato quelle tecnologie’. E’ difficile esportare se il tuo Paese non ha la possibilità di supportarti”.

