La carenza dei microchip per le difficoltà della pandemia 'rovina i piani' anche al settore dell'elettrodomestico

Morde la crisi del microchip e dei semiconduttori. E fa patire il settore dell’auto e non solo con le immatricolazioni di agosto calate di oltre il 27%. Ma a soffrire sono anche altri comparti come l’elettrodomestico.
A sottolineare la criticità è Paolo Scudieri, presidente di Anfia: “Ad agosto, oltre al fattore stagionale caratteristico dei mesi estivi, dai volumi tradizionalmente bassi, hanno inciso sul pesante ribasso delle immatricolazioni di nuove auto le persistenti problematiche legate alla produzione e fornitura di semiconduttori, che stanno rallentando o addirittura bloccando la produzione di vari car maker in Europa e non solo e che determinano conseguenti ritardi nelle consegne dei nuovi veicoli venduti”.

Un esempio dell’effetto della crisi globale dei chip è rappresentato da Stellantis. Non solo stop alla produzione delle fabbriche di Sevel, Atessa e Pomigliano. Ma l’azienda, come hanno fatto sapere i sindacati, è stata costretta a fermare anche la produzione di Melfi. La riapertura dell’impianto è stata posticipata, per ora, al 13 settembre, dal 6 finora previsto.

La carenza dei microchip per le difficoltà della pandemia ‘rovina i piani’ anche al settore dell’elettrodomestico. Il segretario nazionale Fim Cisl Massimiliano Nobis a LaPresse, spiega che “la ripresa c’è, ma è frenata dalle difficoltà di approvvigionamento di semiconduttori e componentistica. Il problema negli approvvigionamenti di microchip impatta particolarmente sulla produzione di frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici. Le due principali aziende coinvolte sono Whirlpool ed Electrolux, ma anche altre imprese subiscono parziali fermate della produzione. Il 2021 era stato previsto per il settore come un anno importante in cui le commesse avrebbero superato quelle del 2019, pre Covid. E invece le criticità nelle forniture di componentistica, sia semiconduttori sia microchip, potrebbero impedirlo”. “Non si riuscirà a evadere gli ordini del 2021 che a budget avevano numeri importanti che superavano il 2019, anno pre Covid”, rimarca il sindacalista. Sul banco degli imputati “le scelte fatte dagli anni’80 in poi di delocalizzare la produzione di molta componentistica”.

L’analisi, a LaPresse, di Luciano Bonaria, presidente e ceo di Spea, società con sede a Volpiano, nel torinese, che progetta e realizza macchinari automatici per il collaudo di microchip, è che all’origine di queste difficoltà “ci sia un problema storico, quello di politiche industriali miopi nel nostro Paese verso il settore dell’elettronica. Poi c’è stata la pandemia, imprevedibile. Penso sia accaduto che con il lockdown la gente a casa ferma ha aumentato gli acquisti di prodotti informatici e di telefonia. E chi produce i telefonini usa i microchip. Magari chi produceva automobili invece ne ha ordinati meno pensando di vendere meno veicoli”. Un fenomeno di shortage insomma: “Quando poi l’automotive è ripreso quelle linee erano già impegnate per un anno”.

Un business su cui tuffarsi quindi quello dei microchip a questo punto? Il ceo di Spea avverte: “Dopo 50 anni di politica industriale miope verso l’elettronica in Italia non è che ci si può mettere a produrre da un giorno all’altro microchip nel nostro Paese. È più facile a dirsi che a farsi fabbricarli in Italia. Investire oggi sui microchip, diventati attualmente una gallina dalle uova d’oro, potrebbe essere una strada da percorrere, ma potrebbe rivelarsi anche sbagliata se non capiamo le regole e come fare per rendere conveniente produrli nel nostro Paese”.

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