Milano, 1 giu. (LaPresse) – “Bisogna saper salire sulla collina e guardarsi intorno per individuare la strategia da prendere. Capire come sta andando avanti il mondo significa capire l’ecosistema aziendale intorno a noi”. Così Salvatore Poloni della Direzione centrale personale e organizzazione di Intesa Sanpaolo, partecipando oggi al Festival dell’Economia all’incontro ‘La classe manageriale italiana di fronte alla sfida internazionale: talento o inadeguatezza?’, organizzato dal Gruppo economisti d’impresa (Gei). All’incontro hanno partecipato anche Alessandra Lanza, Partner Prometeia spa, Andrea Gavosto, direttore della Fondazione G. Agnelli, e Andrea Goldstein, senior economist dell’Ocse. Per Poloni le aziende tendono ad affrontare le sfide del management in modo verticale, ma tutto è molto più complesso e bisogna accettare di lavorare in team con persone diverse.

Necessarie, a sua avviso, le competenze tecniche, unite alla capacità di guida o di leadership. Imprenscindibile per la competitività è saper generare competenze atte a orientarsi e crescere in contesti a elevata complessità. Tra i problemi nuovi posti alle aziende e ai loro processi produttivi ci sono: la silver society, ovvero saper fare i conti con l’invecchiamento delle popolazione e realizzare beni e servizi per questa tipologia, la connessione continua, che influenza i consumi, riuscire a sviluppare modelli di servizio per un mondo globalizzato.

Oggi le professioni future che si delineano sono ingegnere dell’innovazione, analista del comportamento del cliente, abilità a presiedere i canali digitali, sviluppo dell’e-commerce. Alessandra Lanza, ha sottolineato come “in questi anni il ribaltamento degli equilibri geopolitici, passato attraverso una guerra delle risorse – se si pensa all’accordo tra Russia e Cina sul gas che ha spostato l’asse geopolitico – creano catene di forza di politica economica diverse. Competere per le aziende italiane significa prima di tutto vincere il nanismo e aprirsi al cambiamento”.

“Non lo facciamo – ha detto Lanza – perché in Italia si è perso il senso del futuro, fatto pericoloso, perché oggi i cicli di cambiamento sono brevissimi, al massimo durano due anni. Non abbiamo ancora una dimensione internazionale e dobbiamo recuperare una dimensione europeo-statunitense, in modo da poter costituire una sufficiente massa critica per competere con il mondo asiatico”. Per Andrea Gavosto i giovani manager devono affrancarsi da una certa ‘ignoranza’ sul piano della cultura di base. “La situazione italiana è molto arretrata – ha osservato Gavosto – solo il 10% dei manager ha un titolo di laurea, meno della metà della media Ocse.

Tipicamente non sceglie lauree professionalizzanti e si forma nella facoltà ‘sotto casà”. Per Andrea Goldstein, senior economist Ocse, le competenze richieste ai grandi dirigenti oggi sono invece capacità di visione e di strategia.

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