Ponte Morandi, gli architetti contro il progetto di demolizione: "Si può metterlo in sicurezza e reintegrarlo"

Parla Luca Zevi, vicepresidente dell'Istituto Nazionale di Architettura: "Tempi e costi sarebbero triplicati". Un progetto diverso: ricostruire la campata centrale e consolidarlo. "Ma la politica non ascolta"

Il Ponte Morandi? Si demolisce e si rifà completamente secondo il progetto di Renzo Piano in un paio d’anni. Costruisce Fincantieri o chi per essa, paga Autostrade per l’Italia che deve mettere mano al conto in banca e tacere e in quanto colpevole di tutto. E’ il punto in cui siamo, a tre mesi suonati dal disastro che fece 43 vittime e che ancora avvolge Genova in un sudario di dolore reso ancor meno sopportabile dal danno economico e dal disagio logistico che tutti i genovesi stanno affrontando e che dovranno affrontare ancora per chissà quanto tempo.

Tutto così “semplice”? Sono davvero tutti d’accordo? Non ci sono altre strade, non per il gusto di esplorarle, ma perché meno costose, più rapide e e magari anche più funzionali? Nel furore e nella confusione che sono seguiti alla tragedia in cui l’importante era distruggere ciò che resta del vecchio ponte e far pagare (economicamente e moralmente) Autostrade per l’Italia, nessuno ha ascoltato la voce degli Architetti italiani che hanno provato a sollevare qualche dubbio. In sintesi, dicono i professionisti dell’Istituto Nazionale di Architettura, non sarebbe meglio ricostruire solo la parte mancante, mettere in sicurezza tutto il resto e restituire alla città (in meno di due anni) una struttura urbana funzionale e in grado di “reggere” (dal punto di vista del traffico) il tempo necessario a costruire la famosa “Gronda” e il Terzo Valico ferroviario? Perché rifare il Ponte Morandi, per tutti i suoi 1.182 metri che corrono a 90 d’altezza, più un altro chilometro di complicatissimi svincoli elicoidali prenderebbe tre volte tanto sia in termini di tempo che di soldi. Dicono gli architetti che per demolire e ricostruire tutto, tre anni non basteranno.

Così l’Inarch ha scritto almeno tre o quattro lettere aperte agli enti locali e nazionali e all’opinione pubblica, dai titoli assolutamente chiari: “No all’esecuzione sommaria del Ponte Morandi”, “Reintegrazione vs demolizione”, “Dopo la tragedia evitare lo scempio”, fino al convegno dello scorso 1 ottobre (qui gli atti raccolti e messi a disposizione da Timia).  Per_Genova.pdf) dove alcuni dei nomi più importanti dell’architettura e dell’ingegneria italiana (Luca Zevi, Enzo Siviero, Massimo Locci, Paolo Rocchi, Gabriele Camomilla, Massimo Mariani e diversi altri) hanno provato a dire l’indicibile: “Fermatevi un attimo. Proviamo almeno a pensare se c’è un’altra strada, un progetto da mettere a confronto con l’idea di buttare giù tutto e ricostruire, per vedere quale sarebbe il migliore”. Risposte, per ora, non ne sono arrivate. Né dalla politica nazionale, né da quella locale.

Ne abbiamo parlato con l’architetto Luca Zevi, vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch).

Vi hanno accusato di battervi per la salvaguardia di quello che, ormai, per molti, è un simbolo negativo…
“Guardi, il Ponte Morandi ha sicuramente un grande valore per la storia dell’Architettura e dell’Ingegneria italiane. Ma è anche un oggetto che oggi nessuno si sognerebbe di costruire così: sopra le case, a quell’altezza. Quindi, ricostruirlo, sia pure con criteri più moderni, ma seguendo lo stesso tracciato e per gli stessi scopi, sarebbe un’assurdità. Si può pensare, invece, di metterlo in sicurezza, reintegrarlo e dargli una funzione provvisoria in attesa della Gronda per poi lasciarlo come un pezzo di viabilità urbana e con tutto il suo valore storico, simbolico e anche “doloroso””.

Quindi voi avete una proposta diversa da quella finora portata avanti dalle istituzioni?
“Noi ci limitiamo a chiedere che si facciano alcune verifiche sulla stabilità della parte che è rimasta in piedi e si progetti (magari in acciaio) la campata crollata. Quindi pensiamo a un’idea di restauro e reintegrazione. Almeno si provi a mettere a confronto questa soluzione con le altre che sono in campo e si verifichi quale sarebbe più conveniente da tutti i punti di vista: funzione, sicurezza, costi, tempi. Il fatto è che, finora, si è visto un ‘furore’ quasi religioso per la strada demolizione-ricostruzione sullo stesso percorso senza nemmeno provare a valutare le possibili alternative”.

Voi qualche valutazione in termini di costi e di tempi l’avete fatta?
“Non ci sono dati precisi, ma tutti concordiamo nel dire che la soluzione finora proposta comporta costi e tempi come minimo tre volte superiori a quelli del restauro-reintegrazione. Pensi soltanto a cosa vuol dire demolire un chilometro di ponte con tutte le case sottostanti e tutti gli svincoli, portare via e stoccare i rifiuti speciali che ne deriverebbero, affrontare il problema della ferrovia e, solo dopo, cominciare la ricostruzione. Se parliamo di 3-4 anni, non siamo lontani dal vero”.

E nell’altro caso?
Nell’altro caso avremmo tre cantieri che potrebbero lavorare contemporaneamente: il consolidamento dei due lati esistenti e la costruzione della parte centrale mancante. Oltretutto, Genova è diventato il paradigma di tutte le infrastrutture italiane costruite negli anni 60/70. Cosa facciamo? Buttiamo giù tutto e ricostruiamo? O sarebbe meglio buttare giù solo quello che davvero è pericoloso e consolidare il resto dedicando più risorse a nuove opere necessarie?”

Par di capire che, finora, il vostro punto di vista sia stato poco ascoltato……
“E’ così. Ci sembra che la politica (tutte le forze politiche, anche l’opposizione) abbia chiuso gli occhi e stia correndo in un’unica direzione. Ma qualcosa, forse, si muove. So che il commissario Bucci ha chiamato una decina d’imprese per la demolizione e la ricostruzione. A quanto mi risulta,  qualcuna è intenzionata a presentare un progetto più vicino al nostro ragionamento. Stiamo a vedere….”-

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