La Corte europea dei diritti umani condanna l'Italia: "No a ergastolo ostativo"
La Corte europea dei diritti umani condanna l'Italia: "No a ergastolo ostativo"

Secondo la corte è "inammissibile privare le persone della libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione"

'Fine pena mai' è una formula che vìola l'articolo 3 della Convenzione sui diritti dell'uomo, quello che vieta trattamenti inumani o degradanti. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani, bacchettando l'Italia che applica la misura dell'ergastolo ostativo per l'omicidio volontario, aggravato con l'associazione mafiosa, in assenza di collaborazione con la giustizia (spesso in regime previsto dall'articolo 41 bis). Questa pena vale solo per i delitti di associazione di tipo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione e associazione finalizzata al traffico di droga, sempre che non siano stati acquisiti elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva.

Secondo la Corte, poiché "la dignità umana è alla base del sistema della Convenzione dei diritti umani", è "inammissibile privare le persone della libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e senza fornire la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura". In sostanza, una incarcerazione deve prevedere una sua possibile fine. Impossibile pensare a una pena senza possibilità di redenzione.

La decisione della Corte è stata presa in merito al caso di Marcello Viola, condannato all'ergastolo al 41 bis per omicidi con le aggravanti legate alle attività di Cosa nostra e in carcere da 28 anni. Viola aveva fatto ricorso contro il suo ergastolo ostativo, che quindi esclude qualunque tipo di beneficio o di sconti di pena per il condannato. La sentenza della Corte non implica però la liberazione di Viola, ma l'Italia dovrà pagargli 6mila euro di spese. Il verdetto, in assenza di ricorsi, sarà definitivo tra tre mesi.

Accoglie con entusiasmo la sentenza Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che parla di "decisione di grande rilievo", poiché "la dignità umana è un bene che non si perde mai. La Corte ribadisce un principio che i più grandi giuristi italiani avevano già espresso, ossia che sono inaccettabili gli automatismi (assenza di collaborazione) che precludono l'accesso ai benefici. Una persona che dia prova di partecipazione all'opera di risocializzazione deve avere sempre una prospettiva possibile di libertà. Ci auguriamo - conclude il presidente di Antigone - che il legislatore tenga conto di questa sentenza modificando le norme penitenziarie e i suoi inaccettabili automatismi".

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