Nel cuore dell’ordinamento costituzionale italiano esiste un nucleo duro di principi che non possono essere messi in discussione, neppure attraverso revisioni della Carta. È da questo punto che si è sviluppata la riflessione del presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nella relazione annuale sull’attività del 2025, illustrata a Palazzo della Consulta alla presenza delle massime cariche dello Stato, tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Un richiamo, quindi, alla gerarchia dei valori che sorreggono la Repubblica e che rappresentano un limite invalicabile anche per il legislatore costituzionale. Con riferimento alle leggi di revisione della Costituzione e in particolare all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo e della tutela dell’ambiente, la Corte ha ribadito l’esistenza di princìpi “fondamentali” o “supremi” della nostra Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali.
Fine vita tra i temi: “Chiama in causa libertà autodeterminazione“
Accanto a questo pilastro, la relazione affronta numerosi temi di attualità giuridica e istituzionale anche relativi alla pubblica amministrazione. Amoroso ha ricordato che “il rispetto degli obblighi internazionali è prescritto per il legislatore nazionale e regionale”, chiarendo come alcune riforme recenti – tra cui l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e la modifica del traffico di influenze – siano state ritenute compatibili con le convenzioni internazionali anticorruzione. Di grande rilievo anche il capitolo sul fine vita, dove la Corte continua a muoversi in equilibrio tra diritti individuali e limiti normativi: il delicatissimo tema del fine vita è tornato all’esame della Corte, che ha confermato la necessità del requisito del sostegno vitale per la non punibilità dell’aiuto al suicidio. Allo stesso tempo, è stata parzialmente censurata la legge della Toscana, segno di un quadro ancora in evoluzione e privo di una disciplina nazionale organica. Il rapporto tra Corte e legislatore emerge nel riferimento alle cosiddette “pronunce monito” e “si realizza il dialogo tra i due”, ha spiegato Amoroso, sottolineando però che “non sempre il monito è seguito da una legge”, come dimostra proprio il tema del suicidio medicalmente assistito.
Il presidente della Corte: “Se la giustizia arriva tardi è già ingiustizia”
Non è mancato un passaggio sul clima politico e istituzionale, in particolare dopo la stagione referendaria: “Quello che c’è di positivo è l’affluenza, quando viene messo in gioco il patto fondativo dell’ordinamento c’è una sensibilità diffusa“. Un segnale di democrazia che cozza però con tensioni e criticità, specie sul fronte della giustizia. “Se la giustizia arriva tardi è già ingiustizia”, ha ammonito il presidente, indicando nella rapidità delle decisioni una priorità non più rinviabile. La relazione ha toccato anche questioni sensibili come l’immigrazione e la detenzione, ribadendo la necessità di un intervento legislativo che garantisca il rispetto della libertà personale, e affronta il tema delle carceri: “C’è il problema drammatico dei suicidi e del sovraffollamento, richiamando l’esigenza di misure alternative che rendano la pena realmente rieducativa. Infine, lo sguardo si è allarga al contesto internazionale, segnato da instabilità e conflitti: “Si assiste oggi a una preoccupante preminenza dell’uso della forza rispetto ai canali della diplomazia”. In questo scenario, il richiamo all’articolo 11 della Costituzione – “l’Italia ripudia la guerra” – assume un valore ancora più attuale – ha concluso Amoroso.

