Squadra mobile e Direzione investigativa antimafia di Milano hanno fermato giovedì sera uno dei killer di Cristina Mazzotti, uccisa 50 anni fa. Si tratta di Giuseppe Calabrò, ritenuto dalla Dia, nell’inchiesta sugli ultras, l’attuale “mediatore tra famiglie” della criminalità organizzata calabrese “interessate alla gestione dei ricavi illeciti dello stadio” San Siro. Mercoledì pomeriggio l’uomo è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise di Como per aver preso parte al sequestro e all’omicidio della 18enne rapita a Eupilio, nel Comasco, la sera del 30 giugno 1975 e ritrovata morta l’1 settembre successivo in una discarica di Galliate (Novara).
Il fermo di indiziato di delitto con le accuse di sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio pluriaggravato è stato disposto dai pubblici ministeri della Dda di Milano – Paolo Storari, Stefano Ammendola e Pasquale Addesso – a 48 ore dalla sentenza di primo grado perché Calabrò godrebbe di “una serie di appoggi, di carattere logistico e patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento e in grado di garantirgli la latitanza e l’impunità, si legge nelle 153 pagine del provvedimento.
L’arresto prima che partisse per Reggio Calabria
Tre mesi fa un collaboratore di giustizia lo ha indicato ndranghetista e le manette sono scattate poche ore prima che si imbarcasse su un volo per Reggio Calabria, prenotato per le 8.35 del mattino di sabato, dove godrebbe di “appoggi” che sarebbero in grado di garantirgli la “latitanza” in caso di condanna definitiva. I pm hanno giustificato il fermo con le esigenze cautelari che sarebbero sorte proprio a “seguito della sentenza” Mazzotti di primo grado da incrociare con le investigazioni che lo hanno riguardato dal 2018 a oggi e che lo mostrerebbero inserito in “circuiti di ‘ndrangheta di notevole livello” sia “al Nord” che “in Calabria“.
I rapporti con gli ultras di San Siro
E’ colui che con “atti violenti” ha garantito il dominio di Giuseppe Caminiti, ex vertice della curva nord interista con in mano il business dei parcheggi, condannato a 22 anni di carcere come assassino nel 1992 del trafficante di droga Fausto Borgioli e a cinque anni per associazione a delinquere, estorsione e agevolazione mafiosa nel filone principale – e che ha stretto un “alleanza” per permettergli di “prendere possesso della curva sud del Milan” con Domenico Vottari.
Quest’ultimo, leader del gruppo organizzato del tifo rossonero ‘Black Devil’, tentò la scalata alla curva nel 2018 durante le prime vicende giudiziarie e carcerazioni che hanno coinvolto l’ex uomo forte della sud, Luca Lucci, condannato a 10 anni per associazione a delinquere. Il pericolo di fuga starebbe proprio in questa “struttura organizzativa capillare, efficace ed estesa” di cui fa parte.
Il fermo è scattato anche per il rischio di reiterazione dei reati. Gli inquirenti segnalano infatti come il 76enne di San Luca stia proseguendo a commettere “atti violenti, direttamente o per interposta persona” proprio nel suo ruolo di “mediatore” fra famiglie mafiose interessate ai ricavi dello stadio di Milano ricordano che la figura – già emersa da settembre 2024 come elemento di spicco nell’inchiesta ‘doppia curva’ sui legami fra ‘ndrangheta e ultras nella gestione degli affari attorno al Meazza – è quella dell’uomo che garantiva “protezione” a Caminiti.
“Il contesto in cui si muove” è fatto di reati che non sono “quelli ‘classici da stadio’” ma affari e business in grado di generare i “contenziosi” che hanno portato agli omicidi dell’ex capo ultras dell’Inter, Vittorio Boiocchi, e del rampollo della cosca Bellocco, Antonio Bellocco, rispettivamente ordinati ed eseguiti da Andrea Beretta, oltre al tentato omicidio di Enzo Anghinelli nella curva rossonera. Ancora oggi – a direttivi delle curve decapitati da decine di arresti e condanne – Calabrò risulterebbe non solo “in stretto contatto con esponenti mafiosi di rilievo” e accreditato dalla “autorevolezza” criminale che lo rende il “punto di riferimento” di “una serie di attività illecite” e gli garantisce “legami” che “potrebbe attivare” per darsi alla fuga.
Il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti
Il fermo disposto dalla Procura in 48 ore con il visto del Procuratore Marcello Viola, che dovrà essere vagliato da un gip nelle prossime ore, ricostruisce il ruolo di Calabrò alla luce della sentenza comasca sul sequestro e omicidio Mazzotti di 50 anni fa che ha condannato il calabrese di San Luca e il coimputato Demetrio Latella alla pena massima per l’assassinio e li ha assolti per intervenuta prescrizione dal sequestro di persona.
Per gli inquirenti già il verdetto di primo grado della Corte d’assise di Como dimostrerebbe “oltre ogni ragionevole dubbio” come abbia concorso, con almeno altre 14 persone quasi tutte decedute, alla “fase esecutiva” del rapimento della ragazza segregata “in una buca” senza aria a Castelletto Ticino e drogata con tranquillanti ed eccitanti fino alla morte. In particolare prendendo parte al commando che intorno all’1 e 30 del mattino del 30 giugno 1975 bloccò la Mini Minor con a bordo Mazzotti e due amici. Lui personalmente le avrebbe puntato una pistola per minaccia prima di consegnarla, incappucciata, alla “staffetta” di complici che l’hanno portata nel “luogo di prigionia”.
Il killer di Mazzotti: “Salario minimo da stadio per pagare gli avvocati”
Uno “stipendio minimo” dal business dei parcheggi dello stadio San Siro, anche da “mille euro” al mese, perché “ora sono stretto… gli avvocati mi stanno mangiando”. Era la richiesta al mondo ultras di Giuseppe Calabrò, detto ‘U’ Dutturicchiu’, per far fronte alle spese del processo.
Rispuntano infatti le intercettazioni dell’inchiesta ‘Doppia Curva’ sul mondo ultras milanese che mostrano i rapporti di Calabrò con Giuseppe ‘Pino’ Caminiti, condannato a complessivi 27 anni per omicidio, estorsione, associazione a delinquere e agevolazione mafiosa, a cui si rivolge mentre è in corso il processo per la morte della 18enne davanti alla Corte d’assise di Como.
Il 10 maggio 2023 il “calabrotto”, come lo chiama Caminiti, gestore occulto del business dei parcheggi attorno al Meazza, gli si rivolge per sapere se fosse possibile avere una somma di denaro che viene definita come “stipendio“. “Puoi parlare con questi…se mi cacciano qualcosa anche…uno stipendio minimo dallo stadio o qualsiasi cosa.. già gli devo portare…all’avvocato a mangiare”, la richiesta. A cui l’uomo condannato come killer del trafficante di droga Fausto Borgioli nel 1992 risponde: “Compare, stai tranquillo, ho già capito tutto, a posto”.
La circostanza, già emersa nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari del 30 settembre 2024 che aveva decapitato i direttivi ultras di Milan e Inter e svelato le infiltrazioni della ndrangheta e della cosca Bellocco nello stadio San Siro, era stata esplicitamente citata dall’avvocato Fabio Repici, legale di Vittorio e Marina Mazzotti, fratello e sorella della vittima e parti civili nel processo davanti alla Corte d’assise di Como, a cui Calabrò, con precedenti definitivi per droga e 25 anni di condanne ma mai per associazione mafiosa, aveva risposto con una memoria accusando il legale di scorrettezze processuali per aver “denigrato e contestato” numerosi magistrati che in diversi processi negli hanno assolto Calabrò o non ne hanno chiesto l’arresto.
Fra questi il 76enne aveva messo nero su bianco anche i “giudici antimafia Paolo Storari e Alessandra Dolci nel processo “Doppia Curva” che “secondo Repici” sono tutti “magistrati accomunati solo dal fatto” di non averlo fatto condannare e “sarebbero ‘sospetti’ di averlo favorito”. Si tratta del procuratore aggiunto della Dda di Milano e di uno dei tre sostituti che hanno disposto il fermo nella notte.

