Blitz anti-mafia della polizia a Milano, in un’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo lombardo: 10 le persone arrestate ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, tentata estorsione, tentato omicidio, ricettazione, porto illegale di armi, furto aggravato, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia e coercizione elettorale, usura, tutti aggravati dalla contestazione della mafiosità
La complessa attività investigativa svolta dai poliziotti della Squadra Mobile milanese ha fatto luce sulle dinamiche della Locale di ‘ndrangheta di Pioltello (Mi) feudo indiscusso delle famiglie Maiolo/Manno e sulle attività criminali di un altro soggetto riferibile alla famiglia di Cosa Nostra dei Pietraperzia (En) collegata ai Rinzivillo.
Secondo quanto appurato dall’indagine, il “capo società” della Locale di Pioltello, uscito dal carcere dopo una condanna a 11 anni e 4 mesi, era tornato operativo cercando di imporre l’egemonia della sua famiglia sul territorio, anche se sottoposto a misura della Sorveglianza Speciale. Le intercettazioni hanno poi fatto emergere un quadro di una struttura legata fortemente ai segni e simboli della ‘Ndrangheta: uno degli indagati, rivolgendosi a suo nipote, da un lato gli spiegava l’importanza dei legami di sangue che assicurano un’affiliazione “automatica” e, dell’altro, illustrava l’importanza di riconoscere i “segni” dell’ndrangheta in maniera tale da essere in grado di riconoscersi tra appartenenti.
Contestato anche un tentato omicidio, relativamente a un episodio che ha visto coinvolto un membro della famiglia e alcuni cittadini albanesi per una questione di droga. Un fatto che aveva creato anche un forte dissidio nella famiglia in quanto il comportamento dell’autore era stato ritenuto impulsivo, tanto che il reggente aveva manifestato l’idea di ucciderlo: ipotesi che non si è concretizzata perché la famiglia ha preferito tenere un basso profilo.
Alla violenza si univa la capacità di gestire notevoli flussi di denaro sono state documentate intestazioni di aziende a prestanomi per eludere le leggi sulle misure di prevenzione. Un vero e proprio sistema ben collaudato in cui, con fatture false e finte assunzioni, si inquinava l’economia del territorio nei settori della logistica e dei settori funerari.
Al soggetto che invece apparterrebbe alla famiglia mafiosa di Pietraperzia sono stati contestati i reati di usura e intestazione fittizia, aggravati dal metodo mafioso: l’uomo era particolarmente attivo nel campo dei prestiti a usura che venivano reinvestiti in beni immobili e mobili, tra cui autovetture di lusso. E secondo le indagini, avrebbe intrecciato degli accordi di spartizione del territorio con la famiglia di ‘ndrangheta di Pioltello.
Clan lucrava su salme di vittime del Covid
Nel corso di una conversazione intercettata la polizia ha riscontrato che uno dei figli del reggente della Locale, affiliato con la dote di ‘sgarrista’, aveva intuito la possibilità di lucrare sul fenomeno del trasporto delle salme delle vittime del coronavirus. L’uomo era stato intercettato mentre parlava con un altro indagato, mentre alla televisione scorrevano le immagini della colonna di salme trasportate dall’Esercito, e spiegava come poter, attraverso una società intestata a un prestanome e l’emissione di false fatture, ottenere dei guadagni illeciti nel settore del trasporto feretri.
È stata documentata e contestata anche l’ipotesi di reato di coercizione elettorale in quanto si è appurato come la Locale avesse tentato di influenza il voto per le elezioni comunali locali a favore di uno dei candidati.

