I manager Claudio Descalzi e Paolo Scaroni assolti in primo grado dall'accusa di corruzione internazionale

La sentenza Eni-Nigeria è stata una delle più attese degli ultimi anni. Ai giudici della settima sezione penale di Milano sono state necessarie circa sei ore per arrivare al verdetto che ha assolto, in primo grado, Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, il suo predecessore, Paolo Scaroni, e le due società imputate (Eni e Shell) perché “il fatto non sussiste”.

Al centro del processo, la licenza acquistata dal ‘Cane a Sei Zampe’ e dal colosso olandese Shell per sfruttare il blocco petrolifero Opl-245, in un tratto di mare nel Golfo della Guinea a circa 150 chilometri dalla terraferma. Un giacimento ricchissimo, pagato ‘appena’ 1,3 miliardi di dollari. Somma ritenuta troppo bassa dagli inquirenti milanesi, visto il valore della zona, che li ha portati a sospettare che le due compagnie avessero corrotto i politici locali.

Proprio da qui sono partiti il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro nel ricostruire passo dopo passo l’intera vicenda. Eni e Shell, per l’accusa, per ottenere quella licenza avrebbero pagato una maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari. Somma che, dopo una serie di passaggi bancari – transitando dalla società nigeriana Malabu Oil & Gas – sarebbe finita nelle tasche del titolare Dan Etete, già ministro del Petrolio, e da lì ad altri politici e funzionari nigeriani e italiani. A processo sono finiti 15 imputati, tra cui l’attuale a.d. di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, per quali la procura ha chiesto una condanna a 8 anni; Roberto Casula, ex capo divisione esplorazione Eni, Vincenzo Armanna, ex vice presidente Eni Nigeria e grande accusatore, Cirio Antonio Pagano, ex managing director di Nae, società del gruppo di San Donato. Sul banco degli imputati anche Emeca Obi, avvocato nigeriano che per la Procura avrebbe fatto da intermediario. A processo, infine, anche Eni e Shell per le quali i pm hanno chiesto una sanzione pecuniaria di 900 mila euro ciascuna e una confisca, in solido con tutti gli imputati, di 1,092 miliardi.

La vicenda ha preso il via nel 1998, quando il governo militare di Sani Abacha – al potere dal 1993 – aveva dato la concessione per il campo perolifero Opl-245 alla Malabu, di cui erano soci l’allora ministro Etete e uno dei figli di Abacha. Con la morte di Abacha e la transizione verso un governo democratico, anche la licenza concessa alla Malabu è stata rimessa in discussione. Nel 2002 era stata vinta da Shell tramite gara d’appalto, con un’offerta di 210milioni dollari di bonus versato per poter iniziare le esplorazioni. Immediati i ricorsi presentati dall’ex ministro Etete, che nel 2006 la ottenuto che la licenza tornasse alla Malabu. Shell ha dato il via ad un arbitrato internazionale e nel 2010 è entrata in scena anche Eni firmando un accordo con la Nigeria per ottenere il 40% della licenza, lasciando il restante 60% a Malabu.

La trattativa, però, ha subito un’ulteriore battuta d’arresto per via di un altro cambio di governo: il nuovo ministro nigeriano del Petrolio, Diezani Madueke, ha deciso di concedere la licenza completa alla Malabu senza tener conto dell’accordo con Eni. Una svolta inattesa, che ha spinto Eni e Shell a tentare la via del negoziato comune, questa volta con l’allora ministro della Giustizia Mohammed Adoke Bello. L’intesa fu raggiunta nell’aprile 2011: le due società si accordarono per pagare 1,3 miliardi di dollari alla Nigeria – 1,1 miliardi da Eni più il bonus di firma già pagato da Shell – per avere la licenza sul campo petrolifero Opl-245.

Tutto finito dunque? Niente affatto. In un Tribunale di Londra, l’avvocato nigeriano Emeka Obi ha reclamato il pagamento di 215 milioni di dollari – ne otterrà circa 110 – per il suo ruolo di intermediario. Abbastanza perché i giudici inglesi decidessero di bloccare un conto fiduciario del governo nigeriano aperto alla JP Morgan di Londra su cui Eni aveva versato 1 miliardo e 100 milioni di dollari. Da quel conto, nel frattempo, erano patiti bonifici per 801 milioni di dollari, che dopo un lungo giro tra banche del Libano e della Svizzera, sono finiti alla Malabu di Etete.

Nel 2013 della vicenda ne vennero a conoscenza tre ong in prima linea contro la corruzione – Global Whitness, The Corner House e l’italiana Re:Common – che denunciarono tutto alla procura di Milano. Nel 2013 il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha aperto un fascicolo per corruzione internazionale e nel 2017 ha preso il via il processo. L’ultimo colpo di scena è arrivato qualche settimana fa, con la riapertura del dibattimento, su richiesta dell’accusa, che ha fatto acquisire due email già allegate ad una sentenza dell’Alta Corte di Londra in merito a una causa civile tra la Nigeria e JP Morgan. Una in particolare, datata giugno del 2011, per l’accusa proverebbe l’esistenza dell’accordo corruttivo tra i vertici di Eni e Shell e politici e personaggi di spicco nigeriani.

I legali di Eni e Shell hanno più volte sottolineato come i due colossi petroliferi non fossero al corrente che una somma di denaro era destinata ad Etete e tantomeno che l’ex ministro del Petrolio l’avrebbe distribuita a politici e personalità di spicco nigeriane.

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