Pronta una spedizione per studiare alcune colonie mai esaminate prima

Il 20 gennaio è la giornata dei pinguini, il ‘Penguin awareness day’. Per celebrarli Greenpeace ha organizzato una nuova spedizione in Antartide per studiare alcune colonie ancora non esaminate prima.
 
La nave dell’associazione ‘Arctic sunrise’ è infatti arrivata nella penisola antartica per condurre una ricerca scientifica su varie colonie di pinguini. A bordo della spedizione una squadra di scienziati della Stony brook university che studierà gli impatti della crisi climatica su questa importante specie sentinella.
 
“I pinguini sono tra gli animali più iconici del nostro Pianeta – ha spiegato Louisa Casson di Greenpeace, a bordo dell’Arctic sunrise – ma anche tra le specie più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale e al declino degli ecosistemi marini. Siamo tornati in Antartide per studiare le conseguenze dell’emergenza climatica e della pesca industriale sulle popolazioni di pinguini nella penisola e nel mare di Weddell”.
 
Durante la sua ultima spedizione in Antartide, a febbraio dell’anno scorso, Greenpeace aveva riscontrato riduzioni drastiche nelle colonie dei pinguini pigoscelide antartico su Elephant island. In alcune colonie la popolazione di pinguini era diminuita “del 77% rispetto all’ultima volta che erano state esaminate, circa 50 anni prima”.
 
“Gli oceani hanno bisogno di protezione, ma i governi non agiscono abbastanza in fretta – ha concluso Casson – sono già passati 10 anni dalla promessa di istituire una vasta rete di santuari oceanici antartici, ma la commissione per l’oceano antartico continua a rimandare l’accordo finale. Il prossimo marzo i leader mondiali si incontreranno all’Onu per concordare un nuovo accordo globale sull’oceano: chiediamo all’Italia e ai governi di tutto il mondo di istituire una rete di santuari marini in Antartide e di concordare un trattato globale in grado di fermare l’espansione delle attività dannose per la vita negli oceani, un passo importante per estendere le aree marine protette sul 30% degli oceani entro il 2030”.

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