Mercoledì 16 Marzo 2016 - 11:45

Truth: sul lato oscuro del caso Spotlight

Truth - Il prezzo della verità arrivi solo adesso nelle sale nonostante la sua lavorazione sia iniziata addirittura nel 2007: uscire ora significa trovarsi costretti all’inevitabile paragone con Il caso Spotlight di Tom MacCarthy

Robert Redford alla prima del film 'Truth' a New York

Non è detto che al regista James Vanderbilt la cosa faccia piacere, ma il fatto che Truth - Il prezzo della verità arrivi solo adesso nelle sale nonostante la sua lavorazione sia iniziata addirittura nel 2007, dal punto di vista di chi è appassionato tanto di cinema quanto di giornalismo è una felicissima coincidenza. Inutile girarci intorno: uscire ora (la pellicola ha debuttato lo scorso autunno negli Usa e sarà distribuita in Italia dal 17 marzo) significa trovarsi costretti all’inevitabile paragone con Il caso Spotlight di Tom MacCarthy, fresco vincitore di Oscar e a sua volta ispirato alla storia vera di una inchiesta dei primi anni Duemila. Un confronto stimolante, a patto che non lo si voglia ridurre a un “chi è stato più bravo di chi”. Ma poi, a che pro fare classifiche, nel momento in cui si può andare a vedere entrambi con la giusta soddisfazione? Ed è proprio questo il consiglio: vederli entrambi, dal momento che si tratta di due opere perfettamente complementari. Oltre che di grande attualità, in un momento storico in cui la messa in discussione di che cosa sia il giornalismo e di quale sia il suo valore è all’ordine del giorno. Per motivi, tra l’altro, più che giustificati.

 

Volendo ridurre ai minimi termini la trama, Truth ripercorre il lavoro compiuto nel 2004 sul caso Killian da Mary Mapes, produttrice per Cbs News, e dal suo team. Proprio a causa delle polemiche successive alla messa in onda di quel servizio, dedicato ai presunti trattamenti preferenziali di cui avrebbe goduto George W. Bush nei suoi anni di servizio come pilota nella Guardia Nazionale, Mapes finì per perdere il lavoro. Una vicenda raccontata dalla stessa giornalista nel libro Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power, a cui il film si rifà. Insomma, è la storia di un’inchiesta finita male, i cui risultati sono stati messi in dubbio e che vide piovere sulla sua autrice accuse di malafede e di inaccuratezza professionale. Il film, pur inquadrando il tutto attraverso lo sguardo di Mapes, all’atto pratico non edulcora quelli che effettivamente furono i punti deboli del suo lavoro, realizzato probabilmente con eccessiva fretta per venire incontro alle scadenze editoriali. Ma gira la questione in un modo molto interessante, mostrando come le critiche al giornalismo finiscano più spesso per essere rivolte al giornalista o alle modalità attraverso le quali una storia è stata costruita che non alla veridicità della storia in sé.

 

Ironicamente, Truth finisce così per avvicinare molto di più lo spettatore alla professione giornalistica, e in particolare ai limiti coi quali si scontra costantemente, rispetto a quanto riesca a fare Il caso Spotlight, dove la perfezione del lavoro svolto da una redazione che non sbaglia un colpo finisce per tradursi, all’uscita dalla sala, in commenti (realmente ascoltati) del tipo “certo che il giornalismo così non lo fa praticamente nessuno”. Il che è anche vero - ed è triste, se vogliamo -, ma forse ci vuole proprio la visione di un film come Truth, dove i giornalisti hanno i minuti contati e si trovano a maneggiare fonti che mentono o cambiano versione da un giorno all’altro, per capire perché. Dalla comprensione all’empatia, poi, il passo è breve. Grazie a una sceneggiatura che spinge decisamente in quella direzione, ma anche, e soprattutto, a un cast che viaggia su livelli molto alti: da una Cate Blanchett credibile sia negli spigoli che nelle improvvise morbidezze del suo personaggio, a un Robert Redford quasi totemico, passando per gli ottimi comprimari Topher Grace e Dennis Quaid.

Ma questo, per assurdo, rappresenta probabilmente il maggior limite del film. Se si fosse voluto fare fino in fondo un ottimo servizio alla causa, sarebbe stato infatti meglio non presentare allo spettatore i protagonisti come qualcosa di vicino a degli eroi, ma - più realisticamente - come professionisti appassionati il cui lavoro è stato oggetto di critiche in parte anche giustificate o giustificabili. Meno gradevolezza, a conti fatti, avrebbe voluto dire anche più efficacia. D’altra parte, in un rapporto sano tra lettore (o spettatore) e giornalista, ci si aspetta tutti che l’accondiscendenza non debba trovare posto.

Scritto da 
  • Marco Valsecchi
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