Domenica 08 Luglio 2018 - 07:45

Sandro Pertini, a 40 anni dalla elezione, 10 motivi per cui fu il presidente più amato

Seppe unire semplicità e amore per le istituzioni che rappresentava. E interpretare come nessuno mai i sentimenti migliori della gente

Museo Casa Sandro Pertini

A chiunque si pronunci il suo nome si legge in faccia l’espressione nostalgica di chi si prepara a rispondere “Ah Pertini, che presidente!”. È una reazione quasi sorprendente se si pensa che ormai, dall’8 luglio 1978, giorno della sua elezione, sono trascorsi quarant'anni. Eppure, ancora oggi, Sandro Pertini è considerato il presidente della Repubblica più amato di sempre. E sono almeno dieci le ragioni che lo resero così popolare tra gli italiani durante i sette anni del suo mandato.

Il “no” agli appartamenti del Quirinale. Quando Pertini divenne presidente della Repubblica aveva 82 anni e da qualche tempo viveva con la moglie Carla in affitto in piazza Fontana di Trevi, in una mansarda di circa 40 metri quadri. Lì decise di rimanere dopo aver ricevuto la carica presidenziale, rifiutando di trasferirsi nei lussuosi appartamenti del Quirinale riservati al capo dello Stato. Fu anche e soprattutto un gesto di umiltà, che certamente non passò inosservato al popolo italiano.

Il crocifisso appeso nel suo studio. Sandro Pertini era ateo, così si era sempre dichiarato fin dalla sua giovinezza. Eppure scelse di conservare il crocifisso appeso al muro del suo studio del Quirinale. In un’intervista rilasciata ad Antonino Zichichi di Famiglia Cristiana svelò di non aver rimosso il simbolo religioso per due motivi: per la grande ammirazione che nutriva nei confronti di Gesù Cristo, morto in croce in difesa del suo credo, e in segno di rispetto verso chi amava e venerava quella stessa croce. Come pronunciò nel suo giuramento, Pertini sapeva che le conseguenze di ogni suo atto si sarebbero riflesse “sullo Stato, sulla nazione intera”.

L’indignazione in occasione del terremoto dell’Irpinia. Il presidente Pertini fu uno dei primi rappresentanti istituzionali ad arrivare nelle zone terremotate dell’Irpinia a poche ore dal tragico sisma del 23 novembre del 1980. Decise di recarsi in quei luoghi devastati per mostrare la propria vicinanza agli sfollati e alle famiglie delle numerose (2.914) vittime. La sua, però, fu tutto fuorché una semplice visita formale e gli italiani se ne resero conto nel discorso che il capo dello Stato pronunciò in televisione il 27 novembre: “Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione, poi, dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari”. Nel lamentare il ritardo dei soccorsi alle popolazioni terremotate, il presidente della Repubblica usò parole piene di sdegno, probabilmente le stesse che avrebbe scelto un cittadino comune indignato per l’accaduto.

 

Incendio del Cinema Statuto

La notte di apprensione per Alfredino Rampi. Quando il 10 giugno del 1981 il piccolo Alfredino cadde in un pozzo nei pressi di Vermicino (tra Roma e Frascati), tutta l’Italia iniziò a seguire in tv la sua tragica vicenda. Nel pomeriggio di venerdì 12 giugno il presidente Pertini arrivò sul luogo dell’accaduto, si fece largo tra la folla e rimase al fianco della famiglia Rampi per tutta la notte. Era vicino a loro quando alle 5 del mattino di sabato 13 giugno lo speleologo Caruso, dopo aver provato invano a imbracare il bambino, diede la notizia della sua morte. Quel tragico episodio scosse il Paese intero e Pertini soffrì insieme alla nazione. Fu proprio il tragico epilogo della storia di Alfredino, insieme alle parole della madre Franca Rampi, a convincere il presidente a istituire il ministero della Protezione Civile. Ma sempre, nei momenti delle tragedie, la sua presenza umana accanto a chi soffriva, venne riconosciuta come genuina e sincera dal popolo italiano (nella foto, i funerali delle 64 vittime dell'incendio del cinema Statuto, a Torino, nel 1983)

Discorso di fine anno del 1982. A colpire l’opinione pubblica fu anche il discorso che il presidente Pertini pronunciò il 31 dicembre del 1982. Il capo dello Stato condannò espressamente la mafia, difendendo, però, i popoli siciliani, calabresi e napoletani: “Bisogna fare attenzione a non confondere il popolo siciliano, il popolo calabrese ed il popolo napoletano con la camorra o con la mafia. Sono una minoranza i mafiosi. E sono una minoranza anche i camorristi a Napoli. Prova ne sia questo: quando è stato assassinato Pio La Torre, vi era tutta Palermo intorno al suo feretro. Quando è stato assassinato il generale Dalla Chiesa, con la sua dolce, soave compagna, che è stata più volte qui a trovarmi, proprio in questo studio, tutta Palermo si è stretta intorno ai due feretri per protestare. Quindi il popolo siciliano, il popolo calabrese ed il popolo napoletano sono contro la camorra e contro la mafia”.

MONDIALI DI CALCIO IN SPAGNA 1982

Pertini versione tifoso azzurro. È indimenticabile l’esultanza di Sandro Pertini durante la finale della Coppa del Mondo del 1982 tra Italia e Germania. Dopo i gol di Rossi, Tardelli e Altobelli, il presidente della Repubblica dalla tribuna d’onore alzò le braccia al cielo come il più appassionato dei tifosi, dicendo: "Non ci prendono più". Fu sempre il capo dello Stato a riportare gli azzurri a casa con l’aereo presidenziale. Fece il giro del mondo la foto della partita a “scopone” tra il presidente, Zoff, Causio e Bearzot durante il volo.

La visita a Paolo di Nella. Il 5 febbraio del 1983, tra lo stupore di tutti, Pertini decise di far visita in ospedale a Paolo di Nella, il giovane del Fronte della Gioventù (organizzazione del Movimento sociale italiano) che da lì a pochi giorni sarebbe morto a causa delle sprangate ricevute alla testa da due militanti di sinistra mentre affiggeva dei manifesti tra le strade di Roma. Con quel gesto Pertini, paladino indiscusso dell’antifascismo, condannava quell’episodio di ingiustificata violenza.

Il bacio alla bandiera. Fu proprio Sandro Pertini a introdurre il tradizionale rito del “bacio alla bandiera” che avrebbero poi mantenuto tutti i suoi successori eletti alla carica di presidente della Repubblica. Era uno dei modi in cui il capo dello Stato dimostrava sincero amore nei confronti dell’Italia e delle Repubblica, per la quale tanto si era battuto durante il periodo della Resistenza.

Il rimprovero a Craxi. Sempre in segno di assoluto rispetto verso le istituzioni repubblicane nel 1983 Sandro Pertini rimandò a casa Bettino Craxi, che da lui si era recato per il conferimento dell’incarico di formazione del governo. L’errore del leader socialista fu quello di presentarsi al cospetto del capo dello Stato con dei semplici jeans. Anche quest’episodio “divertì” e colpì l’opinione pubblica. Pertini gli ordinò di tornare a casa e di scegliere un abbigliamento più adeguato e rispettoso.

Il “no” ai funerali di Stato. Da “partigiano” visse e così decise di morire, senza troppe cerimonie ad accompagnare il suo addio. A pochi giorni dalla sua morte, avvenuta poi il 24 febbraio del 1990, Pertini disse di no ai funerali di Stato e scelse di non ricevere nessun rappresentante istituzionale al suo capezzale. Fece una sola eccezione: permise al presidente Cossiga di fargli visita, forse per le dovute raccomandazioni sul futuro dell’Italia. Venne sepolto nel piccolo cimitero di San Giovanni di Stella (Savona), il paesino dove era nato.

Sergio Mattarella a Stella San Giovanni, paese natale di Sandro Pertini
Scritto da 
  • Annalisa Cesaretti
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