“La telefonata l’ho fatta quando il tram era fermo, sono svenuto poco prima di saltare la fermata”. È quanto ha detto, in sintesi, il tranviere dell’Atm che lo scorso 27 febbraio si trovava alla guida del Tramlink deragliato e poi finito contro palazzo in via Vittorio Veneto a Milano provando la morte di due persone, Ferdinando Favia e Okon Johnson Lucky, oggi nell’interrogatorio reso su sua richiesta ai pubblici ministeri di Milano, Elisa Calanducci e Corinna Ferrara, che lo indagano per disastro, omicido e lesioni plurime colpose. Il 60enne, assistito dagli avvocati Mirko Mazzali – qui intervistato all’uscita in procura – e Benedetto Tusa, ha risposto a tutte le domande della Procura che coordina le indagini della polizia locale di Milano per quasi due ore. Ha ribadito di essere “svenuto” e di essersi “risvegliato” solo dopo l’impatto letale. P.M. ha aggiunto che la chiamata con il collega e superiore a cui si è rivolto, per sapere come comportarsi nel caso il dolore al piede che stava accusando dopo l’incidente avvenuto con un passeggero in carrozzina fosse aumentato, è durata “meno di un minuto”, intorno ai 45 secondi. Ha indicato il punto di Milano in cui l’ha effettuata, non lontano dal luogo dell’incidente, ed è stato in grado di ricordare a quale altezza della strada, all’incirca, abbia perso i sensi. Rispetto alle indagini che invece parlano di una telefonata durata quasi 4 minuti in prossimità dell’incidente, avvenuto alle 16.10, l’ha giustificata spiegando che forse la chiamata potrebbe per errore non essere stata chiusa al termine, ribadendo di aver fatto una breve telefonata da fermo. Secondo quanto riferito dai legali al termine dell’interrogatorio la Procura ha anche posto domande all’autista di lunga esperienza sui sistemi di frenata automatica dei mezzi Atm, fra cui il cosiddetto ‘sistema a uomo morto’ che si attiva ogni 2,5 secondi in caso di mancata risposta da parte del conducente.
