La specialista dei 1.500 metri all'esordio ai Giochi: difficile fare previsioni, in pista penserò a mio nonno

Quando la sentiamo al telefono per l’intervista, Ludovica Cavalli sta progettando le vacanze dal ritiro di Predazzo. Le sue coetanee sono già al mare da un pezzo, ma questa genovese classe 2000 ha prima un appuntamento che si chiama Olimpiadi: “Ieri guardavamo la cerimonia di apertura e mi sembrava surreale pensare che tra una settimana sarò lì”, racconta a LaPresse l’atleta dell’Aeronautica Militare specialista dei 1500 metri, alla prima partecipazione ai Giochi. Una settimana in montagna con mamma, poi in Sicilia “ma devo allenarmi perché ci sono i Cds societari”, e dopo a Ibiza con due amiche. “Non ho mai fatto una vacanza così, ma ho pensato che dopo le Olimpiadi ci sta”, sorride.

Alla partenza per Parigi ormai manca pochissimo, come stai?
In realtà non ci sto pensando, per ora mi sento in una bolla, non mi sembra neanche vero: me la vivo come se dovessi andare a una gara internazionale, poi sotto sotto lo so che sono le Olimpiadi.

La cerimonia ti è piaciuta?
Molto, però un po’ mi è dispiaciuto che non ci sia stata la tradizione di accendere la fiaccola nello stadio. E’ stato plateale, forse un po’ troppo, però per esempio l’uomo mascherato che portava la fiamma in giro per la città è stata bellissimo. Pensare che tre anni fa l’ho vista da casa e mi chiedevo ‘Chissà se andrò mai alle Olimpiadi…’

Cosa ti aspetti da questi Giochi?
Le Olimpiadi sono una cosa a parte. Ci sono delle atlete affermate che arrivano in una condizione top ed è difficile fissare delle aspettative per delle giovani alla prima esperienza che devono ancora affermarsi. Spero di entrare almeno in semifinale: la finale è tanto, tanto dura ma andrò avanti step by step, com’è stato per Budapest, mi sono allenata tutto l’anno per questo appuntamento e mi auguro di scendere in pista con delle belle sensazioni. Voglio sentire che sono la miglior Ludovica che io possa avere, e quando è così la mia testa e le mie gambe vanno.

Agli Europei di Roma ci hai fatto prendere un bello spavento.

Mi sono spaventata tanto anche io! E’ stato un periodo un po’ stressante che forse, e me ne assumo la colpa, ho gestito lasciandomi trasportare troppo e questo è uscito fuori nel momento sbagliato, con quella forma di tachicardia. Ci sono rimasta male perché ero in condizioni molto buone ed era un Europeo accessibile, sicuramente ho imparato che devo lasciare fuori certe situazioni.

Da quasi due anni ti allena Stefano Baldini e insieme avete avuto ottimi risultati.

Sono molto contenta, mi stimola tanto sia a livello fisico che mentale. Certo, siamo due teste dure, a volte ci dobbiamo scontrare. Per esempio a volte teme che io mi lamenti troppo, quando voglio fargli capire il mio livello di stanchezza. Prima di un appuntamento così importante vorresti sentirti sempre al top ma ovviamente non è possibile, e non avere tanta esperienza ti porta ad averne paura.

Su cosa avete lavorato?

Su più fronti, ma soprattutto sul lato umano. Sono arrivata da lui molto più immatura e con tanta sfiducia nel ruolo dell’allenatore, è stato molto bravo a fare in modo di guadagnarsela. E’ proprio umanamente adatto a far crescere un atleta nel modo giusto: se sono quella di oggi lo devo molto a lui. E’ onnipresente: ora non è in ritiro con me ma l’altro giorno avevo un lavoro importante ed è venuto su con tutta la famiglia.

Qualche giorno fa hai fatto un post dedicato a tuo nonno, alla tua famiglia e a tutta la squadra che hai dietro.

Rendono le mie spalle giganti. Ho una grande mental coach, Maria Chiara Crippa, un nutrizionista che risponde a ogni mio dubbio, Alberto Mondazzi, un allenatore-manager fantastico come Marcello Magnani che ha creduto in me quando avevo 15-16 anni, ho una famiglia molto presente e che mi sostiene. A casa mia c’è una cultura dello sport nel senso di stare bene e man mano che sono andata avanti ci siamo stupiti e aiutati. Sono onnipresenti, il mio punto di forza. Mio nonno mi portava alle partite di calcio, i miei non volevano giocassi e mi accompagnava lui, che peraltro arbitrava, era una cosa che condividevamo. Quando ho smesso e sono passata all’atletica invece di arrabbiarsi ha iniziato a seguirmi dovunque e prendermi i tempi col cronometro.

Dal campo di calcio alla pista, come è stato il passaggio da uno sport di squadra a uno solitario?

Traumatico! Passare dal ‘si vince e si perde insieme’ allo scendere in campo ed essere l’avversaria di te stessa è stata dura. Cambia quando capisci che tutto dipende da te, che è uno sport singolo ma con la tua squadra puoi tracciare la direzione. E’ bello capire quanto è forte, quanto è interessante scendere in campo contro tutta te stessa.

E le avversarie?
Le vedo come dei puntini, senza volto. Non importa chi ho di fianco, importa  quanto posso correre forte.

Sulla start line di Parigi cosa dirai a Ludovica?
E’ un segreto che ho da anni ma ora posso dirlo. Faccio tre grossi respiri, per trovare tranquillità e concentrazione. Do’ un bacino in alto, perché prima che mancasse mio nonno gli ho promesso che sarebbe stato sempre con me. Allora guardo su e dico ‘Mi raccomando, oggi devo correre forte, stai con me’. E poi posso partire.

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