Il chitarrista di Springsteen si racconta in un'autobiografia: dai palchi con la E Street Band ai Soprano passando per la lotta all'apartheid

E’ un personaggio unico nel panorama del rock internazionale e la sua autobiografia restituisce i suoi tanti volti. Steve Van Zandt, 70 anni, detto anche Little Steven, deve la sua fama al ruolo di chitarrista e collaboratore di Bruce Springsteen nella E Street Band ma la sua carriera di artista multiforme rende ‘Memoir – La mia Odissea, fra rock e passioni non corrisposte’,  in uscita in Italia mercoledì 13 ottobre per Il Castello, un libro interessante anche per chi non è fan del Boss, categoria che ama ‘Miami Steve’ alla follia per il suo ruolo di fedele amico e colonna portante di quel gruppo che è un inno al cameratismo rock and roll. 

Steve si definisce ‘un consigliere’, ruolo che ha interpretato con successo nella serie ‘ I Soprano’ nei panni di Silvio Dante, il fedele amico di origini calabresi del boss mafioso Tony Soprano. Coincidenze non casuali perchè Steve Van Zandt, al secolo Stefano Lento, è di famiglia calabrese, e nella storia di Springsteen è stato un consigliere prezioso, dando un tocco decisivo come arrangiatore a numerosi brani, come forse la canzone simbolo del Boss. In un colloquio intervista tra i due in occasione dell’uscita del volume è lo stesso Bruce, in una scena esilarante, a spiegare come il cambio di un accordo da maggiore e minore, suggerito da Steve, abbia cambiato in modo determinante ‘Born to Run’.

Van Zandt in ‘Memoir’ narra proprio i pochi litigi tra i due, uno dei quali a inizio anni ’80, quando percepì di non essere più ascoltato dal Boss. Little Steven domenica a Milano ha presentato il libro al pubblico in un incontro organizzato da Radio Popolare. Con la sua simpatia naturale, il vecchio bucaniere dei palchi di mezzo mondo, con la sempiterna bandana in testa, ha spiegato come la sua vita e la sua carriera siano andate in direzioni sempre diverse da quelle programmate. Van Zandt ha rievocato l’abbandono della E-Street Band, arrivato appena dopo la registrazione di ‘Born in the Usa’ , il disco che nel 1984 vendette milioni di copie facendo di Springsteen una superstar al livello di Madonna e Michael Jackson.

Una mossa suicida, specie se attuata per seguire una strada di artista impegnato nella lotta per i diritti umani. Ma – come ha detto Little Steven – quella scelta gli ha permesso di diventare un leader della lotta all’apartheid in Sudafrica. Promotore del progetto musicale ‘Sun City’, che vide la partecipazione di nomi come Springsteen, Bono degli U2, Keith Richards dei Rolling Stones e Lou Reed tra gli altri, portò il tema al centro dell’agenda internazionale, contribuendo alla scarcerazione di Nelson Mandela e alla fine del regime razzista di Pretoria. “Una vittoria totale, come poche volte accade nell’attivismo politico”, ha affermato con orgoglio il chitarrista. 

“Nella mia vita ho viaggiato per migliaia di miglia alla ricerca di qualcosa che era dentro di me e l’ho capito quando a Londra insieme a Bruce ho suonato con Paul McCartney. E pensare che il giorno prima pensavo di aver raggiunto l’apice della mia carriera perchè mi era stato comunicato che avrei avuto un ruolo in ‘The Irishman’ di Martin Scorsese”, ha detto Steve a Milano, sottolineando ancora come il suo percorso errabondo gli abbia sempre riservato sorprese mentre lui cercava qualcos’altro, un destino in realtà perfettamente coerente per un pirata del rock.  

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