Milano, 4 dic. (LaPresse) – Quale regalo migliore, per i cinquant’anni, di un’esperienza completamente nuova, inedita, mai provata nella vita? Questo deve aver pensato Davide Van De Sfroos, noto cantautore monzese ma comasco d’adozione, che quest’anno, e precisamente oggi, ha pubblicato il suo nuovo album, ‘Synfuniia’, dove rivisita, in chiave sinfonica, tutti i suoi più grandi successi. Il nuovo lavoro è composto infatti da 14 brani storici, riarrangiati dal maestro Vito Lo Re per la Bulgarian National Radio Simphony Orchestra e sarà proposto dal vivo al Teatro degli Arcimboldi di Milano il 30 gennaio alle 21 e il 31 gennaio alle 16.

Davide, cosa troviamo all’interno del suo nuovo album ‘Synfuniia’?

‘Nell’album nuovo troverete brani non inediti, ma definiti ‘storici’, per non dire addirittura vecchi, che questa volta viaggiano dentro a un contesto di musica sinfonica, con un’orchestra di 50 elementi. La struttura dei brani è come una colonna sonora cinematografica: un lavoro pensato dal maestro Vito Lo Re, che si è presentato con questo suo desiderio da fan prima ancora che da direttore d’orchestra, dicendomi che aveva in mente una scaletta di brani presi qua e là nei miei vari album. Tra questi ne abbiamo selezionati 14. Lui vedeva dentro la struttura abbastanza semplice delle mie canzoni e la loro immediatezza una possibilità sinfonica: essendo semplici, erano facilmente attraversabili da diverse strutture armoniche’.

Cosa ha pensato appena li hai ascoltati?

‘All’inizio si rimane un po’ stupiti, magari qualcuno potrebbe anche avere paura, ma a 50 anni cominci a voler ricercare un po’ di questa piccola grande libertà, ovvero quella di non rimanere troppo legato alle cose che hai sempre fatto o che sei abituato a credere. Impari a capire che la musica è anche altrove, e che si muove per vie misteriose, un po’ come Dio, e finisce sempre per incontrare altra musica. Quanta gente faceva heavy metal e rock e poi è passata a concerti con orchestre filarmoniche, come i Kiss, i Deep Purple, i Metallicaà’

Lei, però, non l’hai fatto con una band.

‘No, io non l’ho fatto con la band, l’ho fatto da solo, con la voce e basta, appoggiata su queste sinfonie, proprio per non mettere nient’altro che la mia voce sulla musica del Maestro. In questo modo il brano diventa come una colonna sonora, una sorta di recitativo sul tappeto musicale, e non è un semplice accompagnamento o rafforzamento dell’orchestra. A Sanremo suoni con la band e dietro hai un’orchestra che enfatizza e armonizza, qui invece è tutto appoggiato sulla sinfonia. E devo dire che ha funzionato, perché io ho lasciato fare al Maestro, ho capito che lui aveva le possibilità e i numeri per farmi fare questo viaggio. Mi sono fidato ed è stato un po’ una magia’.


Quando le è stato proposto all’inizio eri stupito?

‘All’inizio ho pensato: di pazzi ne sentiamo tanti, sentiamo anche questo! Tanto il primo pazzo sono io, quindià Poi, conoscendolo meglio, ho capito che il discorso era estremamente serio, e che il tipo di viaggio non era assolutamente raffazzonato o assurdo. Avevo qualche esperienza con un’orchestra e quindi sapevo che delle canzoni che nascono in modo visionario si sposano bene con le immagini cinematografiche. Ascolti una canzone e alle parole c’è abbinata anche una tavolozza di colori incredibile, che trasporta in un mondo più onirico e di favola. Però la versione originale resta intoccabile, perché ci sono gli affezionati per i quali vige la regola ‘guai a chi tocca il brano”.

Ci saranno le due date al teatro Arcimboldi di Milano il 30 e il 31 gennaio.

‘Sì, e poi, per quanto mi riguarda, finisce qui. Le prevendite della prima data sono andate bene, quindi abbiamo fatto anche la data del giorno seguente’.

Quindi non ha intenzione di proseguire su questa linea sinfonica?

‘No, non ne abbiamo intenzione, anche perché è improponibile un lavoro del genere, ovvero muovere un tour di questo tipo. Puoi farlo due o tre volte, ma di sicuro non c’è l’intenzione che da adesso in poi tutto diventi sinfonico. E’ un’esperienza che finisce qui’.

Ha fatto ascoltare a qualche amico i brani del nuovo disco prima che uscisse?

‘Sì. Erano molto stupiti, non se lo immaginavano. Senti parlare di sinfonia, ma finché non te la trovi davanti che esplode non capisci esattamente di cosa si tratta. Anche i miei figli sono rimasti colpiti, non si aspettavano questo sconfinare dentro l’epicità della musica classica. Alcune persone erano addirittura incredule, colpite da una sensazione bella di stupore e brivido. Io credo che, ogni tanto, uno può mettersi anche uno smoking, se c’è il contesto giusto. Queste canzoni un po’ contadine e ‘contrabbandiere’ hanno messo lo smoking. Nessuno si prende particolarmente sul serio, il gioco è fumettistico e ‘timburtoniano’, ma la musica è vera e suonata da gente seria. L’orchestra Sinfolario accompagnerà queste canzoni anche sul palco degli Arcimboldi’.

Ha ricevuto tantissimi premi nella tua carriera. Di quale sei più orgoglioso?

Sono stati tutti premi interessantissimi e importanti per me. Ma se devo dire la verità, quello che mi è arrivato più di sorpresa e che ha lasciato un segno molto forte è stato il premio Maria Carta. Ho da tempo un legame con la Sardegna, che nel corso degli anni me l’ha riconosciuto: riceverlo è stato bello perché normalmente lo danno solo ai sardi. Ma la cosa più inaspettata è stata la consegna della fede sarda, molto particolare, con incisa una preghiera, una sorta di Ave Maria in sardo. Questo è stato un regalo che non fanno a tutti e per questo mi ha segnato molto profondamente. Probabilmente il mio affetto per quella terra era credibile, dato che la Sardegna mi ha sempre affascinato per la sua storia e per la sua forza. I sardi hanno capito nel corso degli anni che io ero un fan di casa loro. Per me è stato un po’ come vincere un Oscar’.

Tornerà a scrivere libri?

R. ‘Ultimamente le cose che avevo scritto sono finite tutte dentro la docufiction chiamata ‘Terra e acqua’, che stiamo girando da tre anni, 20 film di un’ora ciascuno, e nelle guide cartacee che abbiamo fatto sul territorio per promuovere viaggi e luoghi. Di tempo per scrivere, tra musica, viaggi antropologici e docufiction, non ce n’è. Piace sempre l’idea di proiettarsi dentro un libro, però per comodità e istinto finisce sempre che le cose che scrivo diventino canzoni’.

Che genere di canzoni scriverà da adesso in poi?

‘Ora l’idea è quella di un ritorno alle origini, al folk, alla semplicità, alle cose primordiali di quando ho cominciato. Mi piacerebbe riconfrontarmi con una musica dell’inizio, quella da osteria, scrivere dei testi che vadano in quella direzione, semplici e legati alla terra. Dopo l’excursus di questi ultimi album, che sono andati anche nell’intimo, nello stato d’animo a livello psichico, ho sperimentato tante sonorità che mi stava a cuore sperimentare. Adesso mi sento libero di tornare al semplice, alla chitarra, agli strumenti basilari e ricominciare su questa strada, per vedere se ritrovo l’ombra di quello che ero tanti anni fa’.

Quanto è importante anche per la società tornare a un livello più semplice, meno tecnologico?

‘Il grado d’importanza di questo ritorno è totale. Se abbiamo una possibilità umana di ristabilizzarci, riequilibrarci e rigenerarci sta nella sottrazione e non nella continua addizione. Sta nel rallentare e non nell’accelerare. Non credo che noi siamo nati per questa velocità, non credo che neanche dal punto di vista biologico siamo predisposti per questa velocità: ecco perché stiamo male. Ci si basa sempre sull’addizione, vogliamo sempre di più, ma il segno più, se ci pensate, ultimamente è molto simile a una croce: ci seppellirà. Più grassi vuol dire colesterolo, più zuccheri significa diabete, più cellule ovvero più tumori, più velocità e sei destabilizzato, più macchine e hai l’inquinamento, più impegni e hai meno tempo. Invece, sottraendo, puoi arrivare a riconsiderare quella lavagna che ormai è troppo pasticciata per notare quel piccolo segno che ognuno di noi fa. Se noi abbiamo una possibilità, quella è nel rallentare, nel tornare a guardarci in faccia, nel parlare una lingua umana, nella semplicità. Non nella sofisticazione, perché a un certo punto siamo impazziti nel nome di un progresso che poi ci ha calpestato dal punto di vista umano, spirituale ed emotivo. Il progresso lo stiamo pagando tantissimo, tutto viene compresso e siamo sottoposti a uno stress per cui siamo stanchi, depressi, tristi, ansiosi. Questa comunicazione vertiginosa ci fa trasmettere cose brutte e tristi. Sappiamo tutto di tutti, anche troppo, e lo rielaboriamo in modo caotico. Crediamo che la notizia reale sia tutto quello che chiunque può scrivere oggi su un social. Siamo soli stando in tanti’.

Ci faccia un esempio

‘I ragazzi sono in birreria in dieci attorno a un tavolo. Sono insieme, ma ognuno sta digitando con qualcuno che non è lì, o peggio ancora, con qualcuno che è lì. Il dialogo è diventato virtuale, dietro il paravento del telefono non abbiamo più il coraggio di dire le cose. Non osiamo più guardarci, perché il reale è diventato quasi un attrito. Invece nel virtuale è tutto comodo, facile, c’è la faccina che ride, ma fuori contesto le cose che scrivi possono essere atrocemente fraintendibili. Nella scrittura dentro un telefono non hai l’intonazione, non capisci se il tono è scherzoso e se l’altra persona è ironica o disperata. E’ pericoloso il viaggio che stiamo facendo a questa velocità e lo avvertiamo sulla nostra pelle. Quindi, più passa il tempo più vediamo che comincia a tornare l’erboristeria, l’omeopatia, lo slow food e slow touring, i prodotti biologici: stiamo cominciando a capire che stavamo scoppiando’.

Come padre questi valori di semplicità cerca di trasmetterli anche ai suoi tre figli?

‘Sì, con tutte le fatiche tutti gli errori del caso, anche se i miei figli sono ancora piccoli, perché hanno 8, 11 e 13 anni. Si cerca di far fare loro qualcosa che li faccia stare bene: suonare la batteria, giocare a rugby, fare ginnastica o teatro. Viviamo sul lago di Como, un luogo ancora molto bello, quindi hanno a disposizione luoghi naturalmente splendidi. Cerchiamo di far loro capire l’importanza di certe cose, ma con tutti gli sforzi e l’inefficacia del caso’.

Suo figlio maggiore ha già il cellulare?

Sì, glielo abbiamo preso. E’ in terza media. Non l’ha mai voluto prima, quando tutta la casse lo aveva era l’unico a non possederlo, però c’era una comunicazione tra i ragazzi per cui mio figlio era escluso. Così gliel’abbiamo comprato. E’ comodo anche per me, se devo andarlo a prendere. Non è da demonizzare l’oggetto, ma l’uso, l’abuso e l’inferno che gli sta attorno e che noi stessi creiamo. Se prendo un cacciavite è utilissimo, ma se lo uso contro una persona è un pugnale: tutto dipende dal modo in cui si usano le cose. Io credo che questo concetto non tocchi solo i ragazzi, ma tutti quanti noi’.

Lei, per esempio, sei un maniaco del cellulare?

‘Io sono riuscito nel corso di questi anni ad creare un distacco. Il mio rapporto con il telefono non è malvagio, lo uso soprattutto come macchina fotografica piuttosto che come telefono. Dovendo già incontrare molte persone e parlare spesso, non ho questo gran bisogno di chiamare qualcuno. Le lunghe telefonate le faccio proprio quando voglio concedermi una chiacchierata con un amico, ma non sono frenetico. Lo ero, quando ho scoperto le prime chat. Oggi non mi trovo male mettendo qualche pensiero o immagine su Facebook, perché so che posso regalare un sorriso alla gente che mi segue, ma spesso faccio settimane intere senza scrivere niente. Seguo molto l’istinto. Ho un tablet, ma sono tornato con piacere alla matita e al blocchetto per gli appunti. Mi va bene ancora scrivere a mano, ascoltare dischi di vinile, mi piace l’idea di usare la macchina ma anche di andare a piedi. Cerco sempre di riequilibrare il rapporto con la tecnologia: ne sono vittima, però non inerte. Se sono obbligato a viaggiare, la prima cosa che faccio è camminare. Anche nel dialogo con i miei figli, non cerco di imporre un mondo o un’idea che per loro è inefficace e vetusta, ma cerco di creare sempre un contro bilanciamento’.

Ci faccia un esempio: con i ragazzi non è facile.

‘Cerco di far capire loro, per esempio, che una cosa vista in un film è potente e ci affascina, ma che c’è anche molta forza dentro a un libro scritto. E’ quel qualcosa che possiamo riuscire a fare, perché imporre non funziona mai con i ragazzi’.

Ha tre figli. Se le dicessero di voler seguire le tue orme, come reagirebbe?

‘Mi porrei come si è posto mio padre, che non mi ha certo tarpato le ali e finché ha potuto mi ha appoggiato. Poco prima di morire, come testamento non scritto mi ha detto: ‘Ti ho dato fiducia e me l’hai ripagata in pieno, ho visto che sei riuscito in quello che volevi, non ho nessun angolo buio nei tuoi confronti’. Io credo che i miei figli sono miei perché sono amati da me, ma non sono di mia proprietà. Dovranno per forza trovare la loro strada. E’ lecito, da parte di uno che ha navigato tanto, dire loro a che cosa stare attenti, ma non puoi navigare al loro posto mentre loro guardano fuori annoiati. Devono per forza fare il loro viaggio e cercare quello che io ho cercato, come tutti’.

Che rapporto hanno con la sua popolarità?

‘Quello che faccio sul palco resta fuori casa: quando entro a casa sono una persona abbastanza distante dal palco. Le mie canzoni avvengono nella mia testa, non li ammorbo tutto il giorno con la chitarra. Anche se sanno che faccio questo lavoro, sono molto liberi da quel punto di vista e in cuor loro sono fieri, perché vedono che da parte degli altri c’è ammirazione nei miei confronti. Ma loro non si espongono tanto, non si vantano. Quello che sceglieranno dovrà puramente essere dettato da una grande passione: se la vedrò in loro, la riconoscerò come tale’.

Lei l’hai sempre avuta, fin da bambino?

‘Io l’ho sempre avuta, ma da bambino sapevo che avrei sempre vissuto di musica ascoltata, perché apparteneva alle mie giornate. La divoravo, ma non avrei mai immaginato che sarei salito sul palco: ero troppo timido. Usare un microfono poi, neanche a parlarne’.

Quando è stata la svolta?

‘Quando la passione è stata più forte della timidezza: solo allora non ho avuto più nessuna paura. E quando ho capito che queste cose o le facevo io o non le faceva nessuno, perché nessun altro le avrebbe fatte al mio posto: era una vampata soltanto mia. A 16 anni sono salito sui primi palchi con un’energia che ha stupito molti, mi dicevano che non sembravo io. Mi ero trasformato grazie a una forte liberazione emotiva. Le mie passioni erano lo scrivere e la musica, quindi il connubio perfetto era cantare le cose che scrivevo’.

Ha sacrificato tante cose in nome della musica?

‘Sì, la scuola, che è andata alla deriva. Poi ho dovuto mollare anche il lavoro, perché non riuscivo più a conciliare le due cose, e mi sono buttato solo nella musica. Ma è una forte legge di attrazione: si vede che tutto quello che ho fatto e percorso mi ha portato esattamente dove sono’.

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