Il sogno del camice bianco si scontra in Italia, ormai da anni, con una realtà che tende ad allontanare i medici dalla sanità pubblica. Il fatto è, come ha puntualizzato il presidente di Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta – in audizione alla Camera sulla Legge delega di riforma delle professioni sanitarie – che in Italia non mancano medici in assoluto.
Solo che un piccolo esercito di oltre 92 mila professionisti “non lavorano nel Ssn né come dipendenti, né come convenzionati, né come medici in formazione specialistica”. Le carenze, insomma, ci sono ma sono selettive e riguardano i medici di famiglia (al 1 gennaio 2024 ne mancavano oltre 5.500) e alcune specialità ‘chiave’: emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative, medicina di comunità e delle cure primarie.
La situazione più critica, però, riguarda gli infermieri: l’Italia è al 23.mo posto su 31 Paesi europei dell’area Ocse, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (media 9,5). E “nell’anno accademico 2025-2026 il numero di domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica è stato addirittura inferiore a quello dei posti disponibili”, sottolineano da Gimbe.
Una crisi senza precedenti e le misure della legge delega
“Di fronte a una crisi senza precedenti del personale sanitario, la sezione della legge delega dedicata alla valorizzazione delle professioni sanitarie si limita ad un’elencazione di princìpi molto generici, offrendo pochissime leve concrete. Il risultato è una norma sovrabbondante nella forma, ma povera nella sostanza: molte misure sono difficilmente attuabili e, soprattutto, non è previsto alcun investimento aggiuntivo”, lamenta il numero uno di Gimbe.
Cartabellotta è convinto che i princìpi della norma sia “condivisibili, ma senza alcun impegno finanziario, rischiano di restare lettera morta e di non riuscire ad arginare la fuga dei professionisti dal Servizio Sanitario Nazionale e a rendere davvero attrattive le professioni e le specialità mediche sempre più disertate. Preoccupa inoltre la revisione della norma sulla responsabilità professionale: risolve parzialmente le criticità, ma ne introduce di nuove, finendo per equiparare impropriamente linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali”.
Il parere degli infermieri
Per il segretario nazionale del Nursind, Andrea Bottega, quella sulle professioni sanitarie è “una riforma ancora troppo blanda che, purtroppo, non aggiunge nulla alla professione degli infermieri. Non c’è la minima traccia, infatti, di una revisione delle regole dell’esercizio professionale, ferme al secolo scorso”.
“Eppure, mai come in questo momento, il nostro lavoro avrebbe bisogno di essere valorizzato per ritornare ad essere attrattivo. Spiace constatare che nessuno dei nostri input sia stato recepito e, quindi, che in generale non si sia compresa a fondo la crisi che vive questa professione e che rischia di travolgere l’intero Ssn”, scandisce Bottega.
L’analisi della Fnomceo
Più articolato il giudizio della Federazione degli Ordini dei medici. “Nell’apprezzare alcuni contenuti del provvedimento, ribadiamo la necessità di investire nel Servizio sanitario nazionale per continuare a garantire universalità, uguaglianza ed equità nelle cure”, ha detto in audizione il vicepresidente Fnomceo Giovanni Leoni.
Dalla formazione dei medici alla sicurezza delle cure, dalle applicazioni dell’Intelligenza artificiale in medicina alla riduzione delle disuguaglianze di salute, dall’equo compenso alle società tra professionisti, sino ad arrivare alla revisione della Legge Lorenzin, che otto anni fa, ha riordinato la disciplina delle professioni sanitarie, diversi i temi al centro delle proposte Fnomceo.
Uno l’elemento fondamentale: “Occorre una migliore governance del ministero della Salute – ha auspicato Leoni – che gestisca la materia della contrattazione separatamente dalla funzione pubblica per l’individuazione di uno status giuridico adeguato ai professionisti che operano nel Ssn. La contrattazione nazionale dei medici e dirigenti sanitari deve essere inserita nell’alveo della responsabilità primaria del ministero della Salute, in raccordo con gli altri dicasteri competenti, ma con una chiara guida sanitaria”.
Quanto alla responsabilità professionale, Leoni ha rimarcato la necessità di “una compiuta disamina del significato e delle modalità di accertamento del grado della colpa”. Senza dimenticare che il 97-98% delle cause contro i medici si conclude con un nulla di fatto, l’assoluzione o l’archiviazione.

