L’epidemia di miopia non è colpa (solo) delle maratone davanti agli schermi

L’epidemia di miopia non è colpa (solo) delle maratone davanti agli schermi
Photo by: Mohssen Assanimoghaddam/picture-alliance/dpa/AP Images

Non è solo l’overdose di pc e telefonino a far dilagare la miopia: l’effetto della luce e del lavoro da vicino.

Accendiamo la luce sulla miopia, che solo in Italia ormai riguarda il 36% dei bambini e ragazzi tra 5 e 19 anni, con un aumento del 50% negli ultimi 30 anni, come hanno segnalato qualche tempo fa gli esperti della Società Italiana di Pediatria (Sip). Ma come mai questa vera e propria epidemia?

Per anni il fenomeno è stato attribuito al tempo trascorso davanti allo schermo, soprattutto da bambini e giovani. Ora una nuova ricerca, condotta da scienziati del SuNy (State University of New York) College of Optometry, suggerisce che la questione potrebbe essere più complicata. E chiama in causa la luce e le nostre abitudini con la tecnologia.

Nel lavoro pubblicato su ‘Cell Reports’, il team di scienziati ipotizza che la miopia moderna sia legata non tanto agli schermi, quanto all’abitudine di guardarli troppo da vicino in ambienti scarsamente illuminati, cosa che limita la quantità di luce che raggiunge la retina.

L’epidemia globale

“La miopia ha raggiunto livelli quasi epidemici in tutto il mondo, eppure non ne comprendiamo ancora appieno il motivo”, ha affermato José-Manuel Alonso, professore Emerito SUNY e autore senior dello studio. “I nostri risultati suggeriscono che un fattore comune potrebbe essere la quantità di luce che raggiunge la retina”, mentre gli occhi sono sottoposti a un “lavoro prolungato da vicino, in particolare in ambienti chiusi”.

Che cos’è la miopia?

Facciamo un passo indietro. La miopia è una patologia che offusca la vista da lontano e colpisce quasi il 50% dei giovani adulti in Europa e Usa e quasi il 90% in alcune parti dell’Asia orientale. Sebbene la genetica giochi un ruolo importante, il rapido aumento di questa patologia nell’arco di poche generazioni suggerisce l’importanza dei fattori ambientali.

La luce e l’ipotesi degli studiosi

Gli scienziati Usa illustrano una nuova ipotesi che potrebbe aiutare a spiegare un enigma: perché così tanti fattori apparentemente diversi, sembrano tutti influenzare la progressione della miopia?

“In condizioni di luce intensa all’aperto, la pupilla si restringe per proteggere l’occhio, consentendo comunque a un’ampia quantità di luce di raggiungere la retina”, spiega Urusha Maharjan, dottoranda in Optometria che ha condotto lo studio. Ma “quando le persone mettono a fuoco oggetti vicini in ambienti chiusi, guardando telefoni, tablet o libri, la pupilla può restringersi non a causa della luminosità, ma per rendere l’immagine più nitida. In condizioni di scarsa illuminazione, questa combinazione può ridurre significativamente l’illuminazione retinica”.

Insomma, per il team la miopia si sviluppa quando una scarsa illuminazione della retina non riesce a generare una robusta attività di questa parte dell’occhio, perché le fonti di luce sono troppo deboli e la costrizione della pupilla è eccessiva e a brevi distanze.

Mentre – e anche questo è importante – non lo fa quando l’occhio è esposto a luce intensa e la costrizione della pupilla è regolata dalla luminosità dell’immagine, anziché dalla distanza di visione.

Ma c’è di più. Lo studio dimostra che le lenti negative – quelle più sottili al centro e più spesse ai bordi, utilizzate per correggere la miopia e l’astigmatismo miopico – riducono l’illuminazione retinica restringendo la pupilla, un effetto che aumenta  riducendo la distanza di visione o indossando lenti eccessivamente forti. Inoltre la restrizione pupillare diventa ancora maggiore quando l’occhio diventa miope. E quindi?

Un cambio di paradigma

Se si rivelerà corretto, il meccanismo potrebbe portare a un cambio di paradigma nella comprensione della progressione e soprattutto del controllo della miopia.

Perché per i ricercatori la miopia può essere controllata esponendo l’occhio a livelli di luce intensa sicuri, a particolari condizioni. Inoltre la costrizione pupillare accomodativa può essere limitata riducendo la forza di accomodazione con delle lenti ad hoc (multifocali o a contrasto ridotto), bloccando direttamente i muscoli che determinano la costrizione pupillare (con gocce di atropina). Oppure già semplicemente trascorrendo del tempo all’aperto senza stimolare questo meccanismo chiave.

Forse però la cosa più importante è che il nuovo meccanismo prevede che qualsiasi approccio per controllare la miopia fallirà se l’occhio è esposto a un’accomodazione eccessiva in ambienti chiusi, in condizioni di scarsa illuminazione, per periodi di tempo prolungati. “Questa non è una risposta definitiva” all’epidemia di miopia, ha sottolineato Alonso.

Ma lo studio offre un’ipotesi verificabile che riformula l’interazione tra abitudini, illuminazione e messa a fuoco oculare. E potrebbe aprire la strada a nuove strategie di prevenzione e trattamento della miopia. Nell’attesa, meglio uscire più spesso o accendere la luce.

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