Se ormai i messaggi sull’importanza di proteggere la pelle dal sole per ridurre il rischio melanoma sembrano essere passati, in realtà sui social (e non solo) dilaga il sospetto che così ci si possa privare dei benefici legati ai ‘bagni di sole’, come ad esempio un adeguato livello di vitamina D, fondamentale per la salute delle ossa. A fare chiarezza arriva una recente analisi di Dottoremaeveroche, il portale contro le fakenews della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici).
Da dove arriva la vitamina D
L’80-90% dell’apporto di vitamina D necessario all’organismo proviene proprio dalla pelle, che la produce sotto l’azione dei raggi ultravioletti di tipo B (UVB). Sì, parliamo degli stessi UVB responsabili delle scottature solari, schermati da tutti i filtri contenuti in creme e lozioni solari, oltre che dai tessuti speciali usati per gli indumenti protettivi contraddistinti dalla sigla UPF (Ultraviolet Protection Factor).
Ma ecco la buona notizia: “Per produrre la quantità di vitamina D necessaria a una persona adulta occorre una quantità minima di questi raggi. La maggior parte degli esperti ritiene quindi che, anche proteggendosi dal sole, alle nostre latitudini si riceva nella vita quotidiana una quantità di radiazioni più che sufficiente”, spiegano i dottori anti-bufale.
In ogni caso, quando esiste il rischio di sviluppare una reale carenza – o questa viene documentata dalle analisi – “il rimedio non consiste mai in un’esposizione sconsiderata al sole, i cui svantaggi supererebbero i benefici. Ma, se occorre, nell’uso di supplementi, come previsto per i bambini, le donne in gravidanza, gli anziani e le persone allettate o istituzionalizzate”.
Cosa bisogna fare per non restare senza vitamina D
Non solo: una persona adulta e senza malattie croniche, che conduce uno stile di vita mediamente sano, sintetizza attraverso la pelle una quantità più che sufficiente di vitamina D, integrata almeno in parte da quella assunta con l’introduzione di cibi che ne sono naturalmente ricchi. E’ il caso di: pesci grassi (salmone, sgombro, aringhe, tonno), tuorlo d’uovo, burro e formaggi, o latte e cereali fortificati per la prima colazione.
Quanto al sole, “non esistono dati precisi su tempi e modalità per garantirsi un’esposizione sufficiente a produrre la vitamina D di cui si ha bisogno, ma in genere si ritiene che alle nostre latitudini bastino 10-20 minuti all’aperto nelle ore centrali della giornata, nemmeno tutti i giorni, a viso e mani scoperte”.
L’effetto della crema solare e quello degli abiti
Le creme solari con un fattore di protezione 50 “respingono il 98% dei raggi UVB”. Quest’azione è sufficiente a proteggere la pelle, “ma si ritiene possa lasciar passare una quantità di radiazioni sufficiente per catalizzare la produzione della vitamina D necessaria al benessere dell’organismo”, dicono i dottori anti-bufale.
“Uno studio condotto elaborando le abitudini della popolazione statunitense ha rilevato un maggior rischio di carenza di vitamina D in chi stava sempre all’ombra e portava sempre maniche lunghe, ma non in chi usava schermi solari. È possibile, infatti, che chi trascorre più tempo al sole e all’aria aperta faccia più frequente uso di questi prodotti, senza scottarsi, ma permettendo alla pelle di produrre la quantità necessaria di vitamina D”, spiegano gli esperti su Dottoremaeveroche.
Infine alcune osservazioni condotte su persone che trascorrevano periodi di vacanza nelle stesse località e si esponevano agli stessi orari e con le stesse modalità non hanno trovato differenze significative nei livelli di vitamina D tra chi usava la crema e chi no, anche se alcuni di questi risultati sono stati ottenuti con prodotti a fattore di protezione 15 (non 30 o 50, come si consiglia oggi), erano sponsorizzati da aziende cosmetiche o avevano altri limiti metodologici.
Ma c’è un ma: “È molto difficile riprodurre ogni giorno, anche in città, le condizioni sperimentali in cui si applicano più volte al giorno, su tutta la superficie esposta, 2 grammi di crema per centimetro quadrato di pelle”, concludono gli esperti.

