Ci vuole coraggio (e amore) per diventare genitori in Italia, in un mondo alle prese con guerre e crisi continue, ma anche con le non poche sfide delle nuove tecnologie. E in effetti ormai nel nostro Paese non mancano solo i neonati: il problema è che madri e padri sono sempre meno e si rarefanno anche le coppie con figli e i matrimoni. Ormai le famiglie composte da una persona sono la tipologia più diffusa: erano il 21,1% nel 1994, sono il 36,2% nel 2024. Di pari passo le coppie con figli erano il 47,9% e sono scese al 29,2%, mentre le monogenitoriali erano l’8,1% e oggi sono il 10,9%.
Stabili le coppie senza figli passate dal 19,7% del totale al 20,2%. Le nascite nello stesso lasso di tempo sono calate del 32,4% e slitta l’età media delle madri al primo figlio: da 27,7 anni nel 1994 a 31,9 anni nel 2024. In un’Italia che nel 2025 ha registrato un nuovo minimo storico, con circa 355.000 nascite (dati Istat), calano i matrimoni (-40,6% nel 2024 rispetto al 1994) e aumentano i figli nati fuori dal vincolo: sono il 43,2% dei bebè nel 2024, contro il 7,8% del 1994. Il Rapporto Censis ‘Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana’, evidenzia tutto il coraggio di chi sceglie di avere figli e ‘fotografa’ una categoria alle prese con non poche sfide: dal lavoro alle spese quotidiane, passando per smarphone e social.
Perché diventare genitore?
Ma allora cosa spinge verso una scelta sempre meno diffusa? Il 70,4% diventa genitore per costruire una famiglia e il 37,3% per amore. Il 33,3% dei padri evidenzia la funzione di completamento della coppia, mentre il 40% delle madri sente la nascita dei figli come uno straordinario atto d’amore.
Tra i motivi che spingono a non ampliare la famiglia, il 27,4% dichiara di non avere più le forze psicologiche per occuparsi di nuovi figli, il 22,8% di avere ormai raggiunto un equilibrio familiare e di non volerlo compromettere, e il 12,7% pensa che il mondo stia diventando troppo ostile e non sia proprio il momento di fare figli.
Pur sempre ottimisti
D’altra parte la prole appare ancora come una scommessa sul futuro: il 67,3% dei genitori si dichiara ottimista, esprimendo fiducia, speranza e serenità rispetto a ciò che aspetta i propri figli. Solo il 16,7% è pessimista, segnato da preoccupazione e timore, mentre il 7,1% è fatalista e percepisce il futuro dei figli come incerto e confuso.
Stando al report presentato da Costanza Corsini, Ricercatrice Area Consumi mercati e welfare Censis, chi sceglie di avere figli adotta per lo più una postura positiva, ottimista abbiamo detto. Anche quando si tratta di guardarsi allo specchio e darsi un voto: il 73,9% dei genitori si attribuisce un giudizio di ottimo/buono, il 21,8% sufficiente, solo l’1% non si giudica sufficiente mentre il 3,3% non si esprime.
Le preoccupazioni dei genitori
Il 79,2% degli intervistati pensa che oggi essere genitore sia più difficile rispetto al passato e solo il 17% non è d’accordo. A complicare le cose sono, per il 35,7% dei genitori, gli elevati costi economici necessari alla crescita di un figlio (a pensarla così era solo il 22,5% nel 2002); per il 18,9% il nodo sono invece le eccessive richieste dei figli, non sempre esaudibili (30,2% nel 2002); per il 18,4% la criticità è invece legata ai troppi impegni lavorativi che lasciano poco tempo da dedicare ai figli (contro il 20,3% nel 2002).
Il lavoro è un ostacolo, soprattutto per le mamme
Se per il 73,4% degli intervistati il lavoro rappresenta un ostacolo per essere un buon genitore, il 31,1% pensa lo sia più per la madre e il 6,7% per il padre.
Non a caso il tasso di occupazione, con e senza figli, varia per genere: è pari al 68,5% per le donne senza figli e al 61,5% per quelle con figli. Ma nel caso degli uomini la bilancia si ribalta: 78,4% per quelli senza figli contro 91,7% con figli. Riflettendo su cosa avrebbe potuto facilitare il compito di genitore, il 77,1% delle madri punta sulle risorse economiche e l’83,8% dei padri su più tempo.
Osservatore non invadente? Il monitoraggio discreto
Ma come sono i genitori italiani? Il 60% degli intervistati si definisce non invadente, discreto, il 21,3% ritiene di avere abbastanza fiducia nei figli, il 14,8% è apprensivo e il 3,4% fatalista. Nel 2002, in un’analoga indagine del Censis, le percentuali erano pari rispettivamente al 29,3%, al 32,5%, al 34,1% e al 3,6%.
Il 78,4% dei genitori sostiene che, nel rapporto con i figli, è più importante la fiducia dell’obbedienza. E non sorprende che per il 95,5% il dialogo sia decisivo. Inoltre in barba all’immagine iperprotettiva, secondo i genitori occorre concedere spazi di autonomia alla prole: il 92,3% dichiara che per crescere bene i figli è utile che questi si confrontino con errori e fallimenti.
Se, però, i figli pensano di agire in piena libertà, in realtà sono costantemente monitorati dallo sguardo discreto ma vigile di mamma o papà: il 78,1% supervisiona amicizie, studi e interessi e il 31,6% controlla regolarmente diari o cellulare. Se necessario, il genitore interviene direttamente: il 66,1% ammette che spesso finisce per risolvere i problemi dei figli.
L’età dell’indipendenza
L’83,9% dei genitori cerca di responsabilizzare i figli il più possibile. Infatti, l’85,2% degli intervistati affida loro nel quotidiano specifici compiti come rifarsi il letto, ordinare la stanza o apparecchiare la tavola. Inoltre, entro il compimento dei 15 anni, i genitori ritengono appropriato concedere più autonomia ai figli nella gestione del proprio tempo (49,6%), farli uscire da soli durante il giorno (46,5%) e la sera con gli amici (32,6%).
Una visione aperta che si scontra con la sindrome del nido vuoto: l’età appropriata per andare a vivere da soli è per il 15% a 18 anni, per il 19,7% tra i 19 e i 20 anni, per l’11,3% tra i 21 e i 24 anni, per il 25,2% dei genitori a 25 anni o più. C’è poi il 27,3% che non sa indicare la giusta età per compiere un passo così importante e decisivo.
Smartphone e social
Nell’era dei nativi digitali, il 46,4% dei genitori autorizza l’uso dello smartphone entro i 10 anni, il 68,4% entro l’undicesimo e il 90,4% entro i 12 anni.
Sul fronte social, il 46,9% dei genitori permette ai figli con al massimo 15 anni di utilizzare i social, il 53,1% no. Anche se il 69,1% conta sul senso di responsabilità dei figli per la buona gestione dei social, il 55,1% ha attivato il parental control per poterli monitorare e, per sentirsi più sicuri, il 43% geolocalizza i device dei figli per sapere sempre dove si trovano.
A scuola più fiducia negli insegnanti, meno nel digitale
Buone notizie sul fronte scuola. Il 72,4% dei genitori dichiara di avere fiducia negli insegnanti. Infatti, è solo il 26,1% a ritenere che questi ultimi tendano troppo spesso ad attribuire ai genitori la responsabilità dei problemi scolastici dei figli, mentre il 21,2% pensa che i docenti abbiano aspettative eccessive nei confronti dei figli. Sul fronte digitale il 66,7% ritiene che occorra proibire l’uso degli smartphone a scuola. Nonostante ciò, il 32,5% dei genitori ha almeno un figlio che fa i compiti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (ChatGpt, Grok, Gemini, ecc.).

