L’influenza finora ha messo a letto almeno 6,7 milioni di italiani, ma cosa significa la frenata dei casi segnalata nell’ultima settimana di dicembre? “Forse è dovuta all’effetto Natale e al fatto che nel periodo delle feste i dati arrivano meno. Aspettiamo ancora una settimana per capire il trend. Anche perché c’è ancora un gran numero di casi nei bambini e i più colpiti sono quelli sotto i quattro anni”. Parola di Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico, che analizza con LaPresse i virus in circolazione, spiegando quando e perché rivolgersi al pronto soccorso.
“Attenzione: oltre al virus influenzale circolano numerosi altri patogeni, dagli adenovirus ai respiratori sinciziali, un po’ di Sars-Cov-2 ed enterovirus, tanto che i sintomi sono vari e in alcuni casi anche di tipo gastrointestinale”, spiega l’epidemiologo.
I sintomi e quando allarmarci
Ma come si manifestano questi malanni e quando chiamare il medico? “In qualche caso la febbre è subito alta, oltre 38 e mezzo. Può arrivare anche a 39, specie se non si è vaccinati. È importante evitare di affollare i pronto soccorso se non si hanno problemi reali, dunque direi che chi è vaccinato non dovrebbe avere problemi tali da correre in ospedale. Diverso è il discorso se si è anziani, cardiopatici o già in partenza si hanno problemi respiratori come la Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva)”.
“Se la respirazione peggiora – dice lo specialista – è il caso di andare in pronto soccorso. Raccomando però di non farlo solo perché si ha la febbre alta: non ha senso. La febbre è una risposta dell’organismo e si gestisce con paracetamolo o ibuprofene, cercando di abbassarla quando supera i 38 gradi”. E, in caso, contattando il medico.
“Consideriamo che il malessere durerà da 4 a 6 giorni: l’indicazione è di stare a casa, curare l’idratazione, stare a riposo e, se non si hanno problemi respiratori – ripete – non presentarsi in pronto soccorso”.
Variante K e vaccino
Ormai da qualche tempo i report dell’Istituto Superiore dei Sanità segnalano la preponderanza della variante K anche nel nostro Paese. “Ebbene, una domanda me la faccio: in Australia – rileva l’esperto – la variante K c’era già e lo sapevamo. Perché allora non è stata aggiunta al vaccino preparato per l’emisfero boreale? Il tempo ci sarebbe stato. È vero che la memoria immunologica riconosce questa variante, ma io questo interrogativo me lo pongo”, conclude l’epidemiologo.

