Ora piazze e candidati tacciono per il silenzio elettorale, perché domenica si vota dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15

Un abbraccio per sancire la pace al rush finale prima delle urne. Matteo Salvini e Giorgia Meloni fanno la pace per il bene di Enrico Michetti e del possibile primo posto al primo turno per la corsa al Campidoglio. Il tribuno radiofonico incassa il ‘regalo’ e prova a monetizzare in termini di consenso durante la conferenza stampa con i leader di Lega e FdI, oltre al coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani. “Non ho mai parlato di me perché ho avuto la fortuna di avere una coalizione unita che mi ha sempre difeso – dice Michetti -. Voi non sapete niente di me perché abbiamo fatto una campagna elettorale solo sui programmi. Ecco, io ho gestito miliardi di euro, 1.200 procedure complesse, lavorato per centinaia di sindaci negli ultimi 30 anni. E nessuno sul mio lavoro ha potuto dire che c’era una virgola fuori posto. Le mie mani, dopo tutto questo tempo, sono pulite”. Il candidato del centrodestra individua nelle periferie “la parte più fragile della città. Servono servizi e sicurezza, ma la prima cosa che porteremo è l’innovazione tecnologica di altissimo livello. Rilanceremo Roma con le infrastrutture che servono. E faremo in modo che la città si riappropri della cosa più importante: il marchio Roma, il suo brand di grandezza, bellezza e funzionalità”.

La sfida è accesa, oltre che apertissima, perché la sindaca uscente, Virginia Raggi, schiera tutti i suoi pezzi da novanta per recuperare terreno: Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, ma soprattutto Beppe Grillo, il suo più grande sponsor per questa nuova candidatura alla guida di Roma, anche se solo in collegamento telefonico. Mentre il colpo d’occhio di piazza del Popolo, gremita per Carlo Calenda, mette una volta di più in discussione il risultato. “Sono felicissimo di dare prova di una piazza di persone serie che hanno lavorato un anno. Andiamo a vincere. Chi altro ha terminato la campagna elettorale con una piazza così?”, dice dal palco. Su Roma, poi, si abbatte anche la scure della lista degli ‘impresentabili’ stilata dalla commissione Antimafia, sulla base della legge Severino e del Codice di autoregolamentazione dei partiti. Tra i nove candidati ai consigli comunali italiani, quattro sono a Roma, ma uno di loro fa più rumore, perché si tratta dell’ex M5S, Marcello De Vito, ora punta di diamante di Forza Italia a Roma. “Secondo me non ce n’era bisogno. Era già inserito d’ufficio”, ironizza Calenda.

Per Roberto Gualtieri, invece, la competizione entra nella fase decisiva. Il candidato sindaco di Roma del centrosinistra crede fermamente nella vittoria e batte a tappeto la periferia, chiudendo a San Basilio (il quartiere dove Raggi aveva iniziato la campagna elettorale con Conte) al fianco di Nicola Zingaretti. “Io sento la fiducia e sento che vinceremo le elezioni e che possiamo arrivare primi al primo turno”, dice dal palco l’ex ministro dell’Economia. Che promette: “Nessun apparentamento ma coinvolgeremo tutti e poi sarò il sindaco di tutti”. È il segretario del Pd, Enrico Letta, a fare un passo in più sul tema ballottaggi: “Sono fortemente convinto che ci saranno convergenze sostanziali, non formali”, spiega in tv, facendo fischiare le orecchie del suo alleato Cinquestelle.

Ora piazze e candidati tacciono per il silenzio elettorale, perché domenica si vota dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15. Solo dopo che si saranno pronunciati gli elettori il quadro politico sarà chiaro. O comunque meno incerto.

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