Non si ferma la guerra in Iran. L’esercito degli Stati Uniti si sta preparando a dispiegare almeno 1.000 soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata in Medioriente nei prossimi giorni, secondo quanto riferito da tre persone a conoscenza dei piani. L’unità è considerata la forza di risposta d’emergenza dell’Esercito ed è generalmente schierabile con breve preavviso. Mentre le unità dei Marines sono addestrate per missioni che includono il supporto alle ambasciate statunitensi, l’evacuazione di civili e gli interventi in caso di disastri, i soldati della 82esima Aviotrasportata, di stanza a Fort Bragg nella Carolina del Nord, sono addestrati a lanciarsi con il paracadute in territori ostili o contesi per mettere in sicurezza aree strategiche e aeroporti.
La Russia non conosce la veridicità delle notizie riguardanti un presunto piano di pace statunitense per una soluzione in Medio Oriente. “No, i nostri amici iraniani non ci hanno trasmesso questo tipo di informazioni”, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rispondendo a una domanda dei giornalisti in merito. Lo riporta l’agenzia Tass. “Non sappiamo quanto siano attendibili queste notizie”, ha aggiunto, sottolineando la “natura caotica dei piani, con un numero variabile di punti che comparivano nei progetti riguardanti una soluzione in Ucraina”.
Un missile lanciato dall’Iran ha colpito ieri la costa del Libano poche ore dopo l’espulsione dell’ambasciatore di Teheran da parte del governo di Beirut. Lo hanno riferito fonti a Iran International, che precisano che il razzo non è stato intercettato nello spazio aereo libanese, come riferito da alcuni media, ed è invece atterrato sulla costa. Diplomatici di diversi Stati del Golfo hanno detto a Iran International che Teheran si sta comportando come un “cavallo imbizzarrito”, avvertendo che attaccare un altro Paese arabo avrebbe oltrepassato una nuova linea rossa e non sarebbe stato tollerato.
“Stiamo monitorando da vicino tutti i movimenti statunitensi nella regione, in particolare le schieramenti delle truppe. Non mettete alla prova la nostra determinazione a difendere la nostra terra”. Lo ha scritto su X il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf su X.
Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha avvertito che la guerra ha creato una situazione “estremamente pericolosa e imprevedibile”. “Questo conflitto ha una capacità senza precedenti di coinvolgere paesi al di là dei confini nazionali e in tutto il mondo”, ha affermato. Turk ha dichiarato che gli stati del Medioriente sono vicini a una “catastrofe senza precedenti”. “L’unico modo sicuro per impedirlo è porre fine al conflitto, e esorto tutti gli Stati, e in particolare quelli influenti, a fare tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo”, ha concluso.
L’ambasciatore iraniano in Pakistan ha affermato che non ci sono colloqui diretti o indiretti con gli Stati Uniti. “Abbiamo sentito anche noi notizie simili dai media, ma secondo le mie informazioni, e contrariamente a quanto affermato da Trump, finora non si sono svolti negoziati, né diretti né indiretti, tra i due Paesi”, ha dichiarato Reza Amiri Moghadam citato da al Jazeera. Moghadam ha aggiunto che “paesi amici” hanno tenuto “consultazioni con entrambe le parti” con l’obiettivo di porre fine alla guerra.
“L’ordine internazionale basato sulle regole non si può invocare o violentare quando conviene”, la “coerenza è un suo pilastro fondamentale”, “non possiamo condannare l’invasione dell’Ucraina e plaudire agli attacchi in Iran, esigere che si rispetti l’integrità territoriale della Groenlandia e tacere quando viene colpita a Gaza o in Libano”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez in un’informativa al Congresso dei deputati sulla posizione del governo rispetto alla guerra in Iran.
“In questo preciso momento storico per la regione, e alla luce delle notizie che circolano sui colloqui in corso tra Stati Uniti e Iran per la cessazione delle operazioni militari, desidero sottolineare che gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo non possono essere assenti da alcun tavolo dove si delineano i contorni del futuro regionale”. Lo ha scritto su X Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, ex primo ministro del Qatar. “La sicurezza di questa regione non è una questione secondaria, né un dossier da discutere per nostro conto; al contrario, è l’essenza stessa della nostra stabilità e della nostra esistenza. E in questo contesto, la questione dello Stretto di Hormuz deve essere collocata nella giusta posizione: lo Stretto di Hormuz non è una merce di scambio, né uno strumento di pressione. È un passaggio internazionale che deve rimanere aperto senza condizioni né restrizioni, in nessuna circostanza. Anzi, è di fondamentale importanza che venga aperto prima di qualsiasi accordo, in modo da non essere vincolato ad alcun negoziato o utilizzato come merce di scambio”, ha aggiunto.
“La verità è che questa guerra è un immenso errore il cui costo umanitario, morale, economico e di sicurezza non accettiamo né siamo disposti a pagare”, “la Spagna non sarà complice né di aggressioni illegali né di bugie travestite da libertà, non questa volta, non mentre sarò premier”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez in un’informativa al Congresso dei deputati sulla posizione del governo rispetto alla guerra in Iran.
“Ci troviamo di fronte a una profonda incertezza sul percorso dell’economia”. Lo ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, nel suo intervento alla conferenza ‘The Ecb and its watchers’ a Francoforte. “Nessuno di noi può risolvere l’incertezza su come evolverà la guerra in Iran”, ha aggiunto, sottolineando che il conflitto sta rendendo “i contorni dello scenario economico ancora poco chiari”. Lagarde ha evidenziato che lo shock energetico legato alla crisi geopolitica rappresenta un fattore chiave di rischio, con possibili effetti sia sull’inflazione sia sulla crescita. “Se lo shock resta contenuto, l’impatto può essere limitato, ma se si intensifica o persiste la trasmissione all’economia potrebbe accelerare”, ha spiegato, ribadendo che la Bce affronterà la situazione “valutando attentamente natura, entità e durata dello shock” in un contesto globale segnato da elevata volatilità.
La premier giapponese Sanae Takaichi ha affermato che il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, dovrebbe essere pronto a chiedere un ulteriore rilascio coordinato di alcune riserve petrolifere globali se le tensioni in Medioriente dovessero protrarsi. Takaichi ha chiesto flessibilità a Birol, che si trova in Giappone nell’ambito di un viaggio regionale per discutere le conseguenze della guerra con l’Iran. Il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve dei paesi membri dell’Aie rappresenta solo il 20% delle loro scorte e una quantità significativa rimane ancora da smaltire, ha affermato Birol.
“Siamo pronti ad andare avanti, ma spero vivamente che non sia necessario”, ha affermato Birol, raccomandando al contempo misure di risparmio energetico, tra cui il lavoro da casa. Birol ha aggiunto che decine di impianti energetici sono stati danneggiati e ci vorrà del tempo prima che tornino operativi.
“Penso che questo weekend ci potrebbero essere colloqui a Islamabad, in Pakistan. Immagino che saranno più ampi e che non riguarderanno solo il nucleare, il motivo dell’inizio del conflitto. Questa volta sul tavolo ci saranno anche i missili, le milizie alleate della Repubblica islamica, le garanzie di sicurezza per l’Iran”. Lo ha affermato al Corriere della Sera il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Mariano Grossi. Quanto a un eventuale presenza dell’Aiea agli eventuali colloqui. “Ancora non lo sappiamo, ma siamo disponibili. L’Agenzia è un interlocutore imparziale e di pace. Per l’Iran è importante tutelare il principio dell’autonomia nucleare. Ma un accordo su questo punto è possibile”, ha aggiunto.
“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso della basi di Rota e Moron per questa guerra illegale, tutti i piani di volo che contemplavano azioni relazionate con l’operazione in Iran sono stati rifiutati, tutti, inclusi quelli degli aerei per il rifornimento, non è stato facile ma lo abbiamo fatto perché lo permette l’accordo bilaterale” relativo alla gestione delle due basi e “perché siamo un Paese sovrano che non vuole partecipare a una guerre illegale”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez in un’informativa al Congresso dei deputati sulla posizione del governo rispetto alla guerra in Iran.
Il ministero della Difesa iracheno ha dichiarato che un raid aereo contro una clinica militare nella zona di Habbaniyeh, nella provincia di Anbar, ha ucciso sette soldati e ne ha feriti tredici. Baghdad non ha fornito ulteriori dettagli sull’attacco limitandosi a dire che le squadre di soccorso sono ancora sul posto. Le autorità irachene hanno condannato l’attacco, definendolo una violazione del diritto internazionale e affermando il proprio diritto a reagire.
Ci sarebbe “irritazione” nelle capitali europee per il sostegno espresso dal Segretario generale della Nato, Mark Rutte, alla guerra lanciata da Usa e Israele nei confronti dell’Iran. Lo scrive il Financial Times. Il suggerimento di Mark Rutte secondo cui gli alleati europei alla fine “si unirebbero” per dare ascolto all’appello del presidente statunitense di schierare risorse navali nello Stretto di Hormuz ha irritato i funzionari di diverse capitali europee, hanno riferito al Financial Times alcuni diplomatici dell’Alleanza, esacerbando le tensioni all’interno della Nato. “Ci mette in una posizione davvero scomoda e imbarazzante”, ha affermato un diplomatico dell’Ue. “Vogliamo dimostrare la nostra disponibilità, ma è anche vero che non siamo in grado di intervenire in alcun modo” nel conflitto.
Se il prezzo del petrolio raggiungerà i 150 dollari al barile, si innescherà una recessione globale. Lo ha dichiarato alla Bbc Larry Fink, il capo del colosso finanziario statunitense BlackRock. L’uomo a capo della più grande società di gestione patrimoniale al mondo, ha affermato che se l’Iran “rimarrà una minaccia” e i prezzi del petrolio resteranno elevati, ciò avrà “profonde implicazioni” per l’economia mondiale. Per Fink è troppo presto per determinare la portata e l’esito finali del conflitto, ma ritiene che si possano disegnare due scenari. Nel primo se il conflitto si risolvesse e l’Iran tornasse ad essere un paese accettato dalla comunità internazionale, il prezzo del petrolio potrebbe scendere al di sotto dei livelli prebellici. Nel secondo, invece, potrebbero esserci “anni con il petrolio al di sopra dei 100 dollari, più vicino ai 150, il che avrebbe profonde implicazioni per l’economia” e il risultato di “una recessione probabilmente netta e ripida”.
“La Casa Bianca ha detto” di aver attaccato l’Iran “perché era a due settimane dall’avere armi nucleari ma diverse alte cariche statunitensi hanno dichiarato che in quel paese non c’era un programma strutturato per fabbricare l’atomica, e che l’Iran non era una minaccia imminente per l’Occidente”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez in un’informativa al Congresso dei deputati sulla posizione del governo rispetto alla guerra in Iran.
In Iran “non siamo davanti allo stesso scenario della guerra in Iraq, ma a qualcosa di molto peggiore, con un potenziale impatto molto più ampio e profondo”. Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez in un’informativa al Congresso dei deputati sulla posizione del governo rispetto alla guerra in Iran. Teheran, ha rimarcato Sanchez, “è un paese con il doppio della popolazione dell’Iraq e cinque volte il suo peso economico sull’economia globale. Conta su più soldati regolari che Germania, Francia e Italia messe insieme, su tecnologie molto avanzate” può “controllare lo Stretto di Hormuz”. “L’Iran è una potenza militare e da 40 anni si prepara a una guerra come questa”, ha affermato il leader socialista.
L’Iran ha ricevuto dagli Stati Uniti una proposta in 15 punti per raggiungere un cessate il fuoco nella guerra. Lo hanno dichiarato due funzionari pakistani parlando in forma anonima all’Associated Press descrivendo la proposta in termini generali come riguardante l’allentamento delle sanzioni, la cooperazione nucleare civile, una riduzione del programma nucleare iraniano, il monitoraggio da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, i limiti ai missili e l’accesso per la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha insistito sul fatto di non essere impegnato in negoziati con gli Stati Uniti e un portavoce militare ha deriso gli sforzi diplomatici americani.
Un funzionario egiziano coinvolto negli sforzi di mediazione tra Iran e Stati Uniti ha descritto i 15 punti proposti dagli americani come “una sorta di accordo globale” per raggiungere un cessate il fuoco nella guerra. Il funzionario ha affermato che la proposta include restrizioni al programma missilistico iraniano e all’armamento dei gruppi armati, nonché la possibilità di transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, la proposta “viene considerata” come base per ulteriori negoziati tra le nazioni, ha aggiunto il funzionario, che ha parlato a condizione di anonimato affermando che i funzionari iraniani rimangono “molto scettici” nei confronti dell’amministrazione Trump. Il funzionario ha paragonato il piano in 15 punti al piano in 20 punti per il cessate il fuoco a Gaza, il che significa che richiede “sforzi immensi per ostacolare i dettagli qualora entrambe le parti concordassero di sedersi al tavolo delle trattative”.
L’Iran sospetta che la proposta di Donald Trump di avviare negoziati per porre fine alla guerra sia un nuovo tentativo di inganno. Lo scrive Axios. La Casa Bianca, dal canto suo, ha chiarito agli iraniani che Trump fa sul serio e ha presentato la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance ai colloqui come prova della sua volontà di negoziare.
Un funzionario americano ha dichiarato al Wall Street Journal che le richieste dell’Iran per un accordo che ponga fine alla guerra sono “ridicole e irrealistiche”. Secondo il giornale, le richieste sarebbero state dettate dalle Guardie Rivoluzionarie e includono: la chiusura di tutte le basi americane in Medioriente; il pagamento di un risarcimento per i danni causati dagli attacchi in Iran; un “nuovo regime” nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran potrebbe riscuotere pedaggi dalle navi che transitano attraverso la strategica via navigabile, “come fa l’Egitto nel Canale di Suez”; garanzie che la guerra non riprenderà; la revoca di tutte le sanzioni contro l’Iran; e il rifiuto di accettare restrizioni al programma missilistico iraniano, opponendosi del tutto a qualsiasi negoziato su questa possibilità.
L’aeronautica israeliana ha bombardato due impianti a Teheran dove l’Iran produceva missili da crociera navali, secondo quanto affermato dai militari. L’Idf ha affermato che i siti “operavano sotto la direzione del ministero della Difesa iraniano e venivano utilizzati dal regime per sviluppare e produrre missili da crociera navali a lungo raggio, in grado di distruggere rapidamente obiettivi in mare e a terra”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che la casa di Abbas Kiarostami, regista iraniano di fama mondiale e pluripremiato, è stata colpita durante i bombardamenti israeliani e statunitensi sull’Iran. “La casa di Kiarostami faceva forse parte della presunta “minaccia imminente” per gli Stati Uniti?! La verità è che questa guerra di capricci tra americani e israeliani non è semplicemente contro uno Stato, ma contro una cultura, una civiltà e un’identità profondamente radicate”, ha scritto su X. Kiarostami ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1997 con il film ‘Il sapore della ciliegia’.
Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha affermato a India Today che “non ci sono colloqui o negoziati tra Iran e Stati Uniti” in corso. “Abbiamo avuto un’esperienza davvero catastrofica, direi, con la diplomazia statunitense. Siamo stati attaccati due volte nell’arco di nove mesi, mentre eravamo nel bel mezzo di un processo negoziale per risolvere la questione nucleare. Quindi questo è stato un tradimento della diplomazia”, ha aggiunto.
Un attacco effettuato tramite droni ha ha colpito un serbatoio di carburante e provocato un incendio all’aeroporto del Kuwait. Lo ha riferito l’autorità per l’aviazione civile del Paese. In precedenza l’esercito kuwaitiano aveva affermato che le difese aree stavano “reagendo” agli attacchi missilistici e dei droni lanciati dall’Iran.
Il ministro degli Esteri thailandese Sihasak Phuangketkeow ha dichiarato che una nave thailandese ha attraversato lo Stretto di Hormuz in seguito a colloqui con le autorità iraniane. Martedì ha dichiarato che la Thailandia ha richiesto il passaggio attraverso lo stretto per la nave del conglomerato energetico Bangchak Corporation e per una seconda nave della grande azienda petrolchimica SCG Chemicals. La Thailandia è stata informata lunedì che la nave Bangchak ha attraversato con successo lo stretto ed è in rotta, ha detto, mentre la seconda imbarcazione attende un passaggio sicuro. Il sito web di Bangchak afferma che la nave è una petroliera e che il suo arrivo in Thailandia è previsto per i primi di aprile.
Almeno 243 fra studenti e insegnanti sono stati uccisi in Iran dallo scoppio della guerra lo scorso 28 febbraio. Lo ha reso noto il ministero dell’Educazione di Teheran citato dai media locali.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane nella notte hanno reso noti di aver effettuato una nuova ondata di attacchi contro Israele e le basi statunitensi nel Golfo. Lo riporta l’agenzia iraniana Fars. I Pasdaran hanno dichiarato di aver preso di mira una base militare nella città di Safad, nel nord di Israele, nonché siti nelle città di Tel Aviv, Kiryat Shmona e Bnei Brak. Le Guardie Rivoluzionarie hanno inoltre affermato di aver preso di mira le basi militari statunitensi in Kuwait, Giordania e Bahrein.
Il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce del quartier generale centrale dell’esercito iraniano Khatam Al-Anbiya in un video pubblicato dalla Tv di Teheran ha deriso i tentativi statunitensi di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco, insistendo sul fatto che gli americani stavano negoziando “solo con se stessi”. “Il potere strategico di cui parlavate si è trasformato in un fallimento strategico”, ha affermato. “Chi si proclama superpotenza globale sarebbe già uscito da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta da accordo. La vostra era di vuote promesse è giunta al termine”, ha detto ancora. “La nostra prima e ultima parola è sempre stata la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: non scenderemo mai a compromessi con voi. Né ora, né mai”. Secondo Zolfaghari “la stabilità nella regione è garantita dalla mano ferma delle nostre forze armate. Stabilità attraverso la forza. Finché non lo decideremo noi, nulla tornerà come prima. Ciò accadrà solo quando il solo pensiero di agire contro la nazione iraniana sarà completamente estirpato dalle vostre menti corrotte”, ha concluso.
Il ministero della salute israeliano ha riferito che nelle ultime 24 ore 204 persone ferite sono state ricoverate in ospedale a causa del conflitto con l’Iran, portando il numero totale dei ricoveri dovuti ai combattimenti a oltre 5.000.
Tra coloro che sono stati curati in ospedale nelle ultime 24 ore, uno è in gravi condizioni, nove in condizioni moderate e 184 in buone condizioni. Il totale dei feriti dall’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio è di 5.045 persone che sono state ricoverate di cui 120 sono attualmente ancora in ospedale.
I mediatori di Turchia, Egitto e Pakistan stanno esercitando pressioni affinché venga organizzato un incontro tra funzionari statunitensi e iraniani entro le prossime 48 ore a Islamabad. Lo scrive il Wall Street Journal spiegando che le posizioni fra le parti restano comunque distanti. Secondo il quotidiano gli stati arabi del Golfo, a partire da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sarebbero “allarmati” dalla fretta di Trump di raggiungere un accordo e starebbero facendo pressioni sul tycoon affinché continui la guerra finché l’Iran non sarà sufficientemente indebolito da non rappresentare più una minaccia.

