Nel mondo sono 140 i Paesi favorevoli, ma l'escalation in Libano sembra allontanare questo scenario
“Abbiamo bisogno di un nuovo sforzo collettivo per fermare la guerra a Gaza e realizzare finalmente l’obiettivo comune di due Stati, Palestina e Israele, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza”. Sono le parole che l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell ha espresso in occasione della riunione tra ministri arabi ed europei che si è tenuta a Madrid a settembre per rilanciare e rendere effettiva la soluzione dei due Stati in Medioriente. Sebbene i Paesi dell’Ue, gli Usa e anche i Paesi arabi sostengano che sia l’unico modo “per stabilire una pace e una sicurezza durature”, il conflitto che da un anno va avanti a Gaza e l’escalation in Libano hanno ridotto le speranze di arrivare a uno scenario in cui gli Stati di Israele e Palestina possano “convivere in pace e sicurezza“.
La Spagna ha più volte rilanciato l’idea di una conferenza di pace per concretizzare la soluzione dei due Stati. Iniziativa che è sostenuta anche dall’Autorità nazionale palestinese. Il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, in un recente incontro con il premier spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che il summit si celebri a Madrid, città che ospitò la Conferenza di pace del 1991, che aveva l’obiettivo di promuovere un processo di pace in Medioriente tra Israele e i Paesi arabi e che fu il preludio agli Accordi di Oslo del ’93. Il cosiddetto processo di Oslo, che aveva gettato le basi per una soluzione a due Stati, non ha mai raggiunto l’esito atteso, e da allora le speranze si sono progressivamente ridotte con l’ascesa di Hamas nella Striscia di Gaza, della leadership di Benjamin Netanyahu in Israele e un minor interessamento della comunità internazionale.
Dal 7 ottobre ha ripreso slancio tra i leader occidentali il sostegno alla soluzione dei due Stati e alcuni Paesi europei hanno proceduto con il riconoscimento dello Stato della Palestina composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Il 28 maggio lo hanno fatto contemporaneamente Spagna, Irlanda e Norvegia. Successivamente si è aggiunta la Slovenia, portando a 10 il numero di Paesi nell’Ue che hanno riconosciuto la Palestina. Nel mondo sono invece circa 140. I Paesi dell’Ue sono globalmente favorevoli alla soluzione dei due Stati, ma hanno mostrato posizioni divise sul riconoscimento immediato della Palestina. Per Parigi non ci sono le condizioni affinché questa misura possa essere “utile”, e Roma si è detta contraria a un riconoscimento unilaterale. Per Madrid invece si trattava di una questione di giustizia, che avrebbe contribuito anche al raggiungimento della pace.
Israele ha contestato duramente il passo fatto da Spagna, Irlanda e Norvegia, affermando che hanno “conferito una medaglia d’oro agli assassini e agli stupratori di Hamas”, e ha richiamato gli ambasciatori nei tre Paesi. Dall’altro lato anche gli attivisti del movimento Bds, la campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, hanno criticato la misura, affermando che non avrebbe avuto effetti concreti. In un recente intervento pubblicato per il noto centro di ricerca spagnolo Elcano Royal Institute, il professore e scrittore Isaías Barreñada si è interrogato sull’impatto che il riconoscimento dello Stato della Palestina può avere e ha analizzato la fattibilità della soluzione dei due Stati. Secondo l’esperto “il riconoscimento è una decisione necessaria e urgente e deve inserirsi in una strategia più ambiziosa” per avere effetti concreti. Altro tema è quello della conferenza di pace per concretizzare la soluzione dei due Stati. “È poco credibile che dopo la catastrofe attuale ci siano le condizioni per una conferenza di pace”, sottolinea Barreñada, che definisce poi la soluzione dei due Stati “irrealistica nel breve termine e incompleta”. L’esperto, dopo aver sostenuto che Israele è “il principale e ultimo responsabile del fallimento della materializzazione dello Stato palestinese“, rimarca che, al di là della statualità, la questione palestinese ha “molte altre componenti, come la situazione dei rifugiati e le riparazioni” dei crimini, “che devono essere inserite nell’equazione della soluzione” al conflitto in Medioriente.
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