Dalla Banca d'Italia alla Bce: un nome prestigioso per ridare fiducia al Paese

Banchiere centrale, economista, profondissimo conoscitore del mondo economico e finanziario non solo italiano, ma europeo e mondiale, ma soprattutto con ottimi rapporti con il mondo politico e con le cancellerie europee e di tutto il mondo occidentale, e forse non solo. Ancora una volta, Mario Draghi risponde presente all’appello del suo Paese. Da vero civil servant, non poteva esimersi dall’accogliere la richiesta arrivata dal Colle più alto. Perché sa che forse proprio lui è uno dei pochi (forse si potrebbe dire addirittura il solo) che potrebbe riuscire a portare a termine il compito che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli affiderà: affrontare le prossime impegnative scadenze del Paese, a cominciare dal Recovery Plan da discutere con la Commissione Ue entro aprile. In un momento in cui la crisi pandemica è ancora forte e rischia di aggravarsi se dovessero arrivare nuove ondate. E ad essa si aggiunge una crisi sociale, che, come ha ricordato il capo dello Stato, dovrà affrontare il primo grande nodo della scadenza del blocco dei licenziamenti.

Per aiutarlo in un compito certo non facile, o meglio per spianargli la strada da problemi e trappole che il mondo della politica potrebbe mettergli sul percorso, il capo dello Stato ha chiesto a tutto il Parlamento di garantire la propria fiducia ad un “governo alto” quale quello che Mario Draghi potrà mettere in piedi.

Il suo è il primo incarico politico in una vita costellata di esperienze, e successi, tutte o quasi in ambito economico e finanziario. Da direttore generale del Tesoro, chiamato nel 1991 da Guido Carli, Draghi ha guidato le grandi trasformazioni del paese. Le privatizzazioni delle grandi imprese di Stato, Iri, Eni, Enel, Telecom, una tappa fondamentale nella storia recente d’Italia. Sua la prima legge sulle opa, fatta dall’Italia tra i primi paesi europei per garantire la contendibilità delle imprese e dettarne regole chiare. Poi alla Goldman Sachs, richiamato dall’allora capo dello Stato e suo mentore, Carlo Azeglio Ciampi, a prendere le redini della Banca d’Italia nel 2005 dopo che la vicenda delle scalata estere a Bnl e Antonveneta aveva portato all’uscita del governatore Antonio Fazio. Solo un uomo come Draghi poteva risollevare l’istituto centrale e ridargli quel rispetto e quella credibilità che erano uscite appannate dalle scalate al mondo bancario.

E Draghi portò a termine il suo compito, arrivando persino alla riorganizzazione dell’istituto nelle due sedi territoriali. Poi la chiamata a Francoforte, dove da presidente della Bce Draghi è riuscito a tenere testa non solo ai mercati finanziari mondiali ma anche alle cancellerie d’Europa. Fino alla difesa della moneta unica e della stabilità europea con la crisi del 2008 con l’ormai storico “whatever it takes”. E l’invenzione di un sistema per venire incontro alle finanze di tutti i paesi europei in difficoltà, con il quantitative easing, ereditato dall’attuale presidente Christine Lagarde.

Il compito che lo attende non è certo meno impervio e gravoso. Ma solo l’aver pronunciato il suo nome ha forse significato una iniezione di fiducia nel futuro per tutto il Paese.

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