La cucina italiana è Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco. Il verdetto è stato annunciato oggi: il comitato riunito a Nuova Delhi era formato dai delegati di 185 Stati, ma di questi solamente 24 hanno votato a favore o contro le nuove proposte di candidatura come patrimonio dell’umanità. Tra questi Francia, Spagna, Germania, Slovacchia, ma anche Ucraina, Cina, India, Nigeria, Emirati Arabi.
La candidatura nel 2023
La storia della candidatura inizia ufficialmente nel 2023, quando il Governo italiano annuncia, attraverso un comunicato del Ministero della Cultura, l’intenzione di presentare un dossier dedicato non a un singolo piatto, ma a un’intera cultura culinaria, “un insieme di pratiche sociali, abitudini e gestualità che portano a considerare la preparazione e il consumo del pasto come momento di condivisione e incontro – citava la comunicazione datata 24 marzo – È il rito collettivo di un popolo che concepisce il cibo come elemento culturale identitario”.
Il dossier assume il titolo ‘La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale’ e sottolinea la ricchezza di un patrimonio che cambia da valle a valle, da mare a mare, ma trova unità in una logica comune: la materia prima locale, la manualità, la convivialità. È una candidatura che si distingue da quella della pizza napoletana, inserita nel 2017, perché ambisce a rappresentare un sistema complesso, non un simbolo nello specifico.
Le tappe del percorso
Il 2023 prosegue con tappe pubbliche significative. In agosto viene presentato il logo ufficiale della candidatura nell’anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei: la mano di un cuoco che tiene in mano una padella piena di prodotti tipici, vini, monumenti iconici. Nel frattempo, l’attenzione dei media italiani e internazionali si concentra nel raccontare il valore sociale di questa tradizione. Si parla di famiglie che tramandano la pasta fatta a mano, delle infinite varianti regionali del ragù, e di icone come il risotto alla milanese, lo spezzatino piemontese, i tortellini in brodo, le orecchiette alle cime di rapa, le sarde a beccafico, la ribollita, i canederli. Piatti che non sono solo ricette ma rituali: domeniche attorno al tavolo, mercati rionali, persone che dedicano la vita alla trafila del settore.
Il lavoro tecnico
Nel 2024 prosegue il lavoro tecnico: il dossier entra in valutazione come un ecosistema culturale difficile da definire e proprio per questo unico. Numerosi gli eventi globali in cui promuovere la candidatura nelle sedi diplomatiche e culturali, come la ‘IX Settimana della Cucina Italiana nel Mondo’ dedicata alla dieta mediterranea e alla salute. Nel dibattito di questo ultimo anno non è mancata la tensione anche tra tradizione e innovazione e il rischio di irrigidire pratiche che sono sempre state vive. Il passaggio decisivo arriva nel novembre 2025, quando la candidatura ottiene il primo via libera tecnico dell’Unesco. Non è ancora l’iscrizione definitiva, ma è un segnale forte: il dossier italiano è considerato solido, coerente e culturalmente rilevante. Utile a rafforzare la tutela delle tradizioni contro l’omologazione globale.
Il riconoscimento
E’ un riconoscimento, quello da parte dell’Unesco, particolarmente ambito anche per il suo impatto economico positivo per quei territori e tradizioni che lo ottengono: solitamente porta ad una crescita dei dati relativi al turismo e alle presenze di visitatori, così come quelli legati al lavoro. A Pantelleria, ad esempio, dopo il riconoscimento nel 2017 alla pratica agricola della coltivazione della vite, l’aumento di turisti è stato del 9,7%, fino al 75% se si considera il turismo fuori stagione. Inoltre si registra un aumento del 500% della forza lavoro nel settore dell’agriturismo in dieci anni. A dirlo sono i primi risultati dello studio interdisciplinare su ‘Impatto economico dei riconoscimenti Unesco’, avviato nel 2023 dalla Cattedra Unesco dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, di cui è direttore Pier Luigi Petrillo, professore di Cultural heritage and food alla Luiss Guido Carli. Dopo il riconoscimento ai pizzaiuoli napoletani, si legge ancora, i corsi professionali sono cresciuti del 283% e del 420% le scuole accreditate. Solo per citare alcuni casi. Una prospettiva che rende ancora più importante il riconoscimento ottenuto.

