La Procura di Milano ha chiesto di disporre l’amministrazione giudiziaria nei confronti di Tod’s spa, il colosso del lusso di calzature, pelletteria e abbigliamento di alta qualità guidato da Diego e Andrea Della Valle, per aver agevolato colposamente un “pesante sfruttamento lavorativo” lungo la propria filiera produttiva.
La richiesta del pubblico ministero Paolo Storari – anticipata da Reuters e confermata a LaPresse – è rivolta alla Corte di Cassazione che ha fissato un’udienza per il 19 novembre dopo l’iniziale rigetto della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano. Il coinvolgimento di Tod’s, nel cui board siedono anche figure come Luca Cordero di Montezemolo e Luigi Abete, nelle inchieste sul caporalato e gli opifici cinesi utilizzati nell’alta moda italiana era già emerso a luglio 2025 nell’indagine che ha portato all’amministrazione giudiziaria del marchio Loro Piana controllato da una delle 10 famiglie più ricche del mondo (gli Arnault). La società non è formalmente indagata nel fascicolo del pm con i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano ma risponde in base all’articolo 34 del codice antimafia sulle “carenze organizzative” e “i mancati controlli” che agevolano “colposamente” appaltatori e subappaltatori gravemente indiziati di caporalato.
Pm su Tod’s: “Non esiste uno sfruttamento consentito dalla legge”
Non esiste una “distinzione tra caporalato consentito e non consentito” perché ciò sarebbe totalmente “fuori dal sistema”. Lo scrive il pubblico ministero di Milano, Paolo Storari, nel ricorso per Cassazione con cui chiede agli ermellini di annullare l’ordinanza con cui il Tribunale di Milano e la Corte d’appello hanno rigettato l’amministrazione giudiziaria per Tod’s spa per aver agevolato colposamente il caporalato lungo la propria filiera.
In particolare, nel marzo 2025 la sezione misure di prevenzione milanese ha respinto la richiesta di ‘commissariare’ il colosso della famiglia Della Valle, non per insussistenza degli elementi investigativi, che anzi sarebbe “conclamata”, si legge nelle 94 pagine del ricorso, ma per una questione di competenza territoriale. Per i giudici l’agevolazione colposa dello sfruttamento lavorativo dentro il noto brand marchigiano sarebbe avvenuta non sui semilavorati o i prodotti “destinati alla vendita”, forniti da ditte cinesi nelle province di Fermo e Macerata (e quindi la competenza sarebbe della Corte distrettuale d’appello di Ancona), ma esclusivamente nella catena produttiva che si occupa di “confezionare le divise” per i “commessi dei negozi Tod’s”, all’interno di due stabilimenti nella provincia di Milano e in Lombardia.
Rispetto alle “divise” per il proprio “personale” Tod’s riveste il ruolo di “cliente che richiede una fornitura di prodotti per lo svolgimento della sua attività” e non di “impresa che realizza prodotti che immette sul mercato e caratterizzanti il brand e la sua immagine” è il ragionamento che hanno fatto i giudici nel rigettare la richiesta. Per loro solo sulla seconda tipologia di prodotto “il livello di controllo nella filiera” deve “essere certamente più capillare al fine di garantirne la originalità e la qualità” della merce da vendere “al pubblico”. Tesi che il pm bolla come “francamente incomprensibile”. Per Storari la legge non fa alcuna “distinzione” tra “prodotti destinati alla vendita” come le “scarpe, dove Tod’s dovrebbe effettuare un penetrante controllo” e quelli ad “uso interno” come le “divise, dove Tod’s non dovrebbe controllare nulla”. “Il Tribunale – scrive alla Cassazione chiedendo di accogliere il proprio ricorso – pare introdurre una sorta di distinzione tra caporalato consentito e non consentito che pare fuori dal sistema”.
Pm: “In appalti Tod’s para-schiavitù ottocentesca, paghe da 2 euro all’ora”
I lavoratori della filiera produttiva di Tod’s vivono “in una condizione di para schiavitù” con paghe da “2,75 euro all’ora”. Così il pubblico ministero di Milano, Paolo Storari, nel ricorso per Cassazione contro il rigetto, per una questione di competenza, della misura dell’amministrazione giudiziaria nei confronti del colosso marchigiano delle calzature, da parte della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano e della Corte d’appello. Per il pm, che ha coordinato le indagini dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano per agevolazione colposa del caporalato, da cui spuntano anche ipotesi di reato per vendita di prodotti industriali con segni mendaci, nella catena produttiva della società per azioni di Sant’Elpidio a Mare da oltre 1,1 miliardi di fatturato, vi sarebbero “condizioni di lavoro ottocentesche”. È “difficile sostenere il contrario”, scrive elencando gli indizi raccolti dagli inquirenti sul modo di laboratori e opifici cinesi: “paghe da fame, lavoro notturno e festivo, luoghi di lavoro fatiscenti, dove si lavora, si mangia e si dorme, macchinari privi di sistemi di sicurezza per aumentare la produttività”. Dopo le indagini fotocopia che hanno riguardato Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufactures Dior, Valentino Bags Lab e il brand Loro Piana di Louis Vuitton, si tratta della sesta inchiesta sulle condizioni di lavoro nella moda made in Italy della Procura di Milano.

