L'ex carabiniere ha rivissuto mille volte il momento dell'arrivo del camion bomba

A 17 anni dalla strage di Nassiriya, nella quale è quasi rimasto ucciso, sta ancora lottando per avere giustizia. Non si ferma la battaglia del maresciallo Riccardo Saccotelli, 45 anni, unico sopravvissuto tra i militari che quel giorno presidiavano l’entrata della base Maestrale, avamposto italiano nel capoluogo della provincia meridionale di Dhi Qar, sulle rive dell’Eufrate, in Iraq. Dopo l’attentato di al Qaeda, chiudendo gli occhi, l’ex carabiniere ha rivissuto mille e mille volte ancora il momento in cui il camion bomba si è scagliato contro le barriere riempite di sabbia che proteggevano l’ingresso. E poi l’esplosione, violentissima, seguita da una palla di fuoco e da un’onda d’urto che hanno innescato una seconda deflagrazione, quella del container che conteneva le munizioni. Pochi secondi di caos che hanno devastato la base, uccidendo 19 italiani – 12 carabinieri, 5 militari dell’Esercito e 2 civili – e 7 iracheni. In quella base 18 persone sono rimaste ferite. Tra loro anche Saccotelli, che si è ritrovato a terra, sanguinante, tante schegge conficcate nelle carni e “buchi nelle gambe in cui si potevano infilare le dita e le ossa fuoriuscite dal corpo”.

Se le ferite, quelle fisiche, si sono in parte rimarginate, sono tante le conseguenze dell’attentato con cui l’ex maresciallo deve fare i conti tutti i giorni. “Una gamba mi dà perennemente dolore – racconta – e se si guarda la radiografia della mia colonna vertebrale, si vede chiaramente che è praticamente tutta danneggiata”. Nell’esplosione, l’ex maresciallo ha subito anche la perforazione dei timpani, che non sono più tornati a posto.

E poi ci sono i ricordi di quegli attimi, di quel fuoco, che non si possono cancellare. E le lunghe ore di terapia, che ancora scandiscono le sue giornate. “Pensare che poco prima di partire per l’Iraq, a febbraio del 2003, al rientro dal Kosovo ho fatto la visita medica di idoneità – racconta – A maggio ne ho fatta un’altra per l’avanzamento di grado, a settembre una terza per il passaggio in servizio permanente, a ottobre quella per l’idoneità all’impiego in Iraq. A maggio 2002 avevo già superato la visita per frequentare il corso per gli addetti alla sicurezza e alle scorte, con tanto di visita oculistica, per diventare tiratore di precisione e a luglio un’altra prima di partire per il Kosovo. Sono 7 visite mediche in 16 mesi, tutte superate con idoneità piena e anche assoluta, per quanto riguarda il servizio permanente”. E poi la bomba ha spazzato tutto, anche quel lavoro sul campo che l’ex maresciallo amava tanto.

Su Nassiriya, la Corte d’Appello di Roma, nell’ottobre del 2017, ha stabilito che non si poteva negare “la prevedibilità” della strage anche perché l’intelligence in quei giorni “segnalava, fra le possibili minacce, anche quelle provenienti da attentati con veicoli esplosivi”. I giudici, però, hanno ritenuto che nessuna responsabilità, neppure ai fini civili, potesse essere mossa al generale Georg Di Pauli, a capo della Maestrale. Un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma, sempre nel 2017, ha condannato invece l’ex generale dell’Esercito Bruno Stano, comandante della missione italiana in Iraq all’epoca dell’attentato, a risarcire i familiari dei militari caduti e i feriti. Stano – che è uscito indenne dal procedimento penale – è stato invece ritenuto colpevole di aver “sottovalutato” l’allarme dell’intelligence e responsabile per la “complessiva insufficienza delle misure di sicurezza”.

E proprio per questo, si è aperto il processo civile davanti al Tribunale di Roma per quantificare il risarcimento dovuto a Saccotelli. L’ennesima strada tutta in salita imboccata dall’ex maresciallo. La consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice ha stabilito che, nonostante dopo l’attacco fosse “praticamente per morto”, oggi quelle ferite sono sufficienti per dichiararlo invalido solo al 50%. Ma c’è di più. Siccome Saccotelli “si è impegnato a conseguire varie lauree – si legge nell’atto -, a rappresentarsi in varie trasmissioni televisive, a scrivere libri, ad impegnarsi in varie battaglie e a capeggiare tutti coloro che affetti da danni fisici come vittime del dovere vittime del terrorismo e vittime della criminalità organizzata volessero fronteggiare, lo Stato Italiano per ricavare da tale situazione il maggior risultato economico possibile” non “sembra affetto da un disturbo post traumatico così grave”.

Parole che hanno ferito l’ex maresciallo, “dichiarato invalido al 100% per quanto riguarda l’udito: in pratica – spiega – non sento quasi nulla” e che si porta dietro i pesanti strascichi di quello che è accaduto 17 anni fa. Senza contare che, tra i consulenti tecnici nominati dal generale Stano figura anche il dottor Marzio Simonelli, generale dell’Esercito e fisiatra in servizio all’ospedale militare del Celio, mentre il ministero della Difesa ha nominato il dottor Pietro Mutolo, che lavora anche lui al Celio, dove lo stesso Saccotelli è stato curato al rientro dall’Iraq. E questo nonostante l’articolo 210 del codice dell’ordinamento militare preveda che “nell’esercizio delle attività libero professionali, i medici militari non possono svolgere attività peritali di parte, in giudizi penali, civili o amministrativi in cui è coinvolta l’Amministrazione della Difesa”. E ancora, l’articolo 62 del codice di deontologia medica sancisce che “il medico nel rispetto dell’ordinamento, non può svolgere attività medico-legali quale consulente d’ufficio o di controparte (..) nel caso in cui intrattenga un rapporto di lavoro di qualunque natura giuridica con lastruttura sanitaria coinvolta nella controversia giudiziaria”. Il policlinico militare Celio di Roma, appunto. Insomma, un’irregolarità che potrebbe apparire come un possibile conflitto d’interesse. Adesso spetterà al giudice, nella prossima udienza fissata per il 25 novembre, dipanare questo groviglio. Sperando che per Saccotelli arrivi finalmente un po’ di giustizia, quella che aspetta da 17 anni.

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