Ambra Angiolini torna a parlare della bulimia di cui è stata malata per anni e del ruolo che ha avuto la figlia Yolanda nel suo percorso di guarigione. L’attrice lo fa nel corso della nuova puntata di Stories, il ciclo di interviste ai protagonisti dello spettacolo di Sky TG24, che andrà in onda oggi, lunedì 13 luglio, alle 21, dal titolo “Ambra Angiolini – Amarsi un po’”.
“È una malattia, e nessuno di noi sceglie di ammalarsi, ma tutti vorremmo guarire”, dichiara l’artista parlando del disturbo alimentare di cui ha sofferto. “A un certo punto ho smesso di avere paura del cibo, ho iniziato a cercarlo e poi a fermarmi, a digerire tutto e a dirmi: non succederà niente. Domani sarai sempre la stessa persona”, ha aggiunto nel corso dell’intervista con il vicedirettore di SkyTg24 Omar Schillaci. Un percorso che considera una vittoria personale. Tra i momenti più felici della sua vita Ambra indica senza dubbi la nascita della figlia Yolanda: “L’incontro è stato incredibile. Pensavo che la mia pancia non potesse ospitare altro se non del cibo da rimettere”. E invece quella nuova vita ha avuto un ruolo molto importante per la sua guarigione: “Lei è stata un architetto degli interni. Credo che abbia trovato il terremoto dentro di me e che abbia iniziato ad aiutarmi da dentro. Me la sono sempre immaginata mentre metteva a posto tutto: gli organi, ogni cosa. Quando è nata avevo un loft di lusso. La ringrazierò tutta la vita”.
Ambra a teatro con “La misteriosa scomparsa di W”
Al centro dell’intervista, che andrà in onda anche sabato 18 luglio alle 12.30 su Sky Arte e sempre disponibile on demand, il suo nuovo lavoro teatrale, ‘La misteriosa scomparsa di W’, spettacolo che porta in scena anche come regista: “È un testo bellissimo di Stefano Benni. Originariamente raccontava di una donna che aveva perso il senno e cercava di ritrovarlo, che aveva perso sé stessa. In questa versione, invece, racconto un mondo che ha perso completamente la brocca e una donna che, avendo ancora tutti i suoi sentimenti funzionanti, cerca di resistere in una realtà in cui l’essere umano è diventato qualcuno da combattere”. Uno spettacolo che arriva a distanza di oltre quindici anni dalla sua prima interpretazione: “È un testo che è rimasto dentro di me e che credo di aver compreso oggi più di quanto riuscissi a fare quindici o sedici anni fa, quando l’ho portato in scena per la prima volta. È un testo che ti lavora dentro, è biologico: si muove con te, cambia insieme a te. Dopo la morte di Stefano ho capito che era arrivato il momento di riportare il suo suono, la sua ironia, il suo sarcasmo e la sua grande umanità dentro quelli che sono i miei monologhi di gruppo. Così mi sono detta: con coraggio, riproviamoci”, ha affermato.

