Per la terza volta di fila l’Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio. Un’esclusione che non è solo una sconfitta sportiva, ma anche “un’amputazione sentimentale”, come spiega Piero Barbanti, direttore dell’Unità per la cura e la ricerca su cefalee e dolore dell’Irccs San Raffaele di Roma.
“Ci tolgono il torneo, sì. Ma soprattutto ci tolgono quell’ultima, un po’ scema e un po’ sublime, occasione di piangere e abbracciarci ancora che chiamiamo sincronizzazione emotiva”, sottolinea Barbanti, che insegna Neurologia all’Università San Raffaele.
Un armistizio emotivo
Perché i Mondiali non sono solo calcio, ma “una tregua antropologica, un armistizio emotivo”. Perché nel Paese che litiga per qualsiasi cosa, “i Mondiali avevano il talento quasi liturgico di metterci, se non d’accordo, almeno nella stessa stanza”, riflette.
Per il professor Barbanti – come per molti di noi – i Mondiali “erano un fatto di educazione sentimentale. Noi che abbiamo conosciuto le estati con i Mondiali siamo cresciuti dentro un calendario parallelo, nel quale giugno e luglio non erano mesi ma stati d’animo”.

“C’erano le finestre aperte, i televisori troppo alti di volume, le cene anticipate, le urla dal balcone, i rigori vissuti come un referendum sulla vita”, racconta Barbanti riannodando le fila dei ricordi. “C’erano i padri che si agitavano, le madri che fingevano disinteresse e poi chiedevano il risultato, gli amici convocati come a un consiglio di guerra, le strade che si svuotavano e si riempivano nel giro di un gol”.
Sensazioni, rituali e stati d’animo che i più giovani non hanno ancora vissuto. “I nostri ragazzi tutto questo lo conoscono come si conosce una civiltà perduta: per frammenti e racconti, quasi per mitologia”, prosegue il neurologo. “Per loro è materia d’archivio, da repertorio sentimentale altrui. Come i telefoni a gettone o le cabine al mare, cose che sembrano esagerazioni di chi c’era”.
L’Italia fuori dai Mondiali e il rischio che eccita
E invece esistevano davvero quelle sere in cui il Paese si fermava e milioni di persone trovavano naturale fare la stessa cosa nello stesso momento. “Il motore di tutto è l’attesa”, aggiunge l’esperto. “La prospettiva dell’evento mette in moto energia, attenzione, inquietudine”.
Poi arriva il fatidico momento del fischio d’inizio, con l’incertezza del risultato e l’imprevedibilità degli episodi che potrebbero condizionarlo. “Il piacere non sta tanto nel risultato acquisito, quanto nell’incertezza. Il cervello – conclude Barbanti – si accende non quando sa già, ma quando spera ancora. È il rischio che eccita, non il verbale finale”.
Perché il tifoso – chi lo è non può che confermare – ama “il bordo del precipizio, la sospensione, l’attimo in cui tutto può ancora succedere. La dopamina, in fondo, è una sostanza conservatrice, vuole che il mondo non sia ancora deciso”.

