“Sono stata 18 ore sotto le macerie, ho perso mio marito e sono 10 anni che vivo qui nelle SAE. Che le posso dire? Amatrice è finita 10 anni fa”. Maria (nome di fantasia) fa parte dei circa mille abitanti di Amatrice che da dieci anni esatti dal terremoto vivono ancora nelle 456 Soluzioni abitative emergenziali, le SAE. Erano le 3.36 di notte del 24 agosto 2016 quando un sisma di magnitudo 6.0 rase al suolo il paese incastonato tra i monti del Reatino, nel Lazio, provocando la morte di 239 abitanti.
Cosa sono le Sea (Soluzioni abitative emergenziali)
I 10 anni successivi sono fatti di altre scosse sismiche, di difficoltà nel mappare le proprietà distrutte, di lungaggini burocratiche e di una ricostruzione ancora troppo lenta per chi aspetta solo di rientrare a casa. A un primo sguardo nelle SAE sembra non manchi nulla. Ogni modulo abitativo ha elettrodomestici, infissi, giardino, piante. Tutto intorno si è ricreato negli anni un nuovo microcosmo di vialetti, campi da calcio e campi da tennis. Tutto “provvisorio” da dieci anni. “Qui è meglio di niente” racconta Maria, “però sono SAE. Sono moduli abitativi che sono momentanei, con la speranza che in futuro qualcosa si farà. Ma mi sembra che dopo 10 anni la speranza sia tramontata”. “La cosa strana”, spiega un altro abitante delle SAE, “è che l’essere umano è capace di abituarsi a tutto. Dopo tutti questi anni un luogo del genere diventa casa tua”.

La ricostruzione ad Amatrice
Nel complesso non sono tanto le condizioni di vita a preoccupare gli abitanti, ma l’attesa infinita per una ricostruzione che non si conclude mai. A oggi, secondo i dati dell’ufficio tecnico del Comune di Amatrice, la ricostruzione, totale tra pubblica e privata, è completata al 40% e quanto alle abitazioni sono 247 quelle ricostruite e agibili. Come promette il sindaco Giorgio Cortellesi, la ricostruzione dovrebbe accelerare dopo l’ordinanza commissariale di cinque mesi fa che ha cambiato le regole di accesso ai fondi. Prima, se non si rispettavano i tempi del progetto, il proprietario vedeva i fondi completamente ritirati e i lavori si fermavano tra carte bollate e ricorsi. Oggi, spiega Cortellesi, “se non si sta nei tempi, i fondi si decurtano progressivamente, ma il cantiere va avanti. Arrivano meno fondi sia alle ditte che al progettista. Avranno più interesse a finire nei tempi”. Ma tra gli abitanti delle SAE l’unica situazione definitiva è la provvisorietà e l’unica certezza è la rassegnazione. “Io questa la chiamo la capitale degli ingegneri e dei geometri”, chiude Maria con una battuta, “sono tutti diventati ingegneri e geometri, ma non si parte mai. Tanti galli a cantare e non si fa mai giorno”.

