“Lo abbiamo fatto a pezzi, lo abbiamo distrutto”. Parole forti e chiare che fanno parte della deposizione del testimone protetto ascoltato oggi dalla corte d’Assise di Roma, durante l’udienza per la morte di Giulio Regeni, per cui sono imputati quattro 007 accusati del rapimento, della tortura e dell’omicidio del ricercatore friulano.
“Il maggiore Magdi Ibrahim Abdel Sharif disse ‘finalmente l’abbiamo preso: lo abbiamo fatto a pezzi, lo abbiamo distrutto. Io l’ho colpito’. E poi ha aggiunto ‘nel nostro paese abbiamo avuto il caso di un accademico italiano che pensavamo fosse della Cia ma anche del Mossad. Era un problema perché era popolare fra la gente comune’”, ha spiegato il testimone che ha raccontato quanto ascoltato da uno dei quattro 007 in un ristorante a Nairobi un anno dopo il ritrovamento del corpo del ricercatore friulano.
“Ho sentito due uomini accanto a lui che parlavano. In un tavolo vicino c’erano un egiziano e un addetto alla sicurezza del Kenya, sceso poco prima da un veicolo diplomatico egiziano. Erano a distanza di circa due metri da me: non c’erano tavoli fra noi. Hanno iniziato a parlare delle elezioni presidenziali in Kenya, parlavano in inglese. Parlavano di tensioni e scontri con la polizia dopo il voto contro la legittimità delle operazioni di voto e di vittime che c’erano state. Criticavano l’Unione Europea che manifestava solidarietà con le proteste. Il funzionario diceva che bisognava restare fermi e che senza ingerenze straniere le forze di polizia avrebbero potuto reprimere meglio”, ha detto nel passaggio più significativo il testimone protetto, che ha deposto in aula Occorsio rispondendo alle domande del pm Sergio Colaiocco.
Il discorso ‘captato’, come spiegato dallo stesso testimone in aula, sarebbe durato poco meno di un’ora. “Parlavano di un italiano che era un problema ne avevano abbastanza. Ho collegato dopo di chi parlavano”, ha detto il teste, ripercorrendo le parole udite un anno dopo la morte di Giulio ha spiegato al pm e alla prima corte d’Assise di Roma. “Ho sentito che dicevano: ‘lo abbiamo picchiato e io l’ho colpito. Lo abbiamo fatto a pezzi, lo abbiamo distrutto’. Ho sentito il nome Sharif, il keniota si rivolgeva all’egiziano chiamandolo Sharif. E l’ha salutato per nome, l’egiziano si è messo una mano sul petto, molti musulmani rispondono così a un saluto. Si sono scambiati i biglietti da visita”, ha concluso il testimone.

