Coree, Moon in Vaticano per portare al Papa l'invito di Kim

Un gesto che fino allo scorso anno, prima dei giochi olimpici di febbraio, sarebbe stato impensabile

Che il Vaticano sia un ponte di pace nell'intricato schema della geopolitica mondiale, lo dimostra l'ultimo miracolo diplomatico di Papa Francesco. Dopo essersi reso protagonista del disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti, dopo aver riallacciato i rapporti assenti da più di sessant'anni col governo popolare cinese, Bergoglio riesce a essere in prima linea anche nel processo di distensione tra le due Coree. "Desideriamo umilmente alzare lo sguardo a Dio, a Colui che regge la storia e le sorti dell'umanità, e implorare, ancora una volta, per tutto il mondo il dono della pace. Lo facciamo pregando in particolare perché anche nella Penisola coreana, dopo tanti anni di tensioni e di divisione, possa infine risuonare compiutamente la parola pace", dice il cardinale segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, nella messa celebrata nella Basilica di San Pietro e dedicata alla penisola divisa.

Tra i fedeli, nei primi banchi, c'è il presidente sud coreano Moon Jae-in. Sarà lui a portare giovedì al Pontefice l'invito personale da parte di Kim Jong-un a visitare il blindatissimo Nord. Un gesto che fino allo scorso anno, prima dei giochi olimpici di febbraio, sarebbe stato impensabile. Un viaggio che sarebbe un passo "gigantesco" aveva osservato pochi giorni fa mons. Lazzaro You Heung-sik, vescovo sudcoreano di Daejeon e impegnato a Roma con il Sinodo dei vescovi. Secondo monsignor You, la Corea del Nord è pronta ad aprire le porte, a rinunciare all'arsenale nucleare, a entrare nel mondo "come un Paese normale".

Le cose da fare, però, sono ancora tante. "Capisco che la visita del Papa sarà pastorale e per andare lì alcune cose devono cambiare", aveva spiegato You. "Al momento, non ci sono sacerdoti e non c'è vera libertà religiosa". La comunità cattolica in Corea del Nord, estirpata a partire dal 1948, dal nonno dell'attuale dittatore con deportazioni ed esecuzioni, viene comunemente definita 'Chiesa del silenzio'. Fino al 1950, nel Paese si contavano oltre 55mila credenti e 57 chiese, con missionari, scuole cattoliche e attività pastorali. Oggi non ci sono vescovi, ma neanche preti o religiosi cattolici. Una parziale inversione di rotta è arrivata solo nel 1989, con il collasso del blocco comunista, quando il regime ha riconosciuto una 'Associazione cattolica' e una 'Federazione cristiana', cui aderiscono fedeli controllati ufficialmente dal governo, che oggi, secondo l'Agenzia Fides, sono circa tremila persone. I sacerdoti del Sud, che si sono recati in Corea del Nord negli anni scorsi, sono convinti che ci siano molti altri uomini e donne che vivono ancora la fede in forma privata.

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