Roma, 8 sett. (LaPresse) – “Io stavo riposando il pomeriggio in camera mia a Trigoria, quando mi chiama mia moglie al telefono. ‘Guarda cosa sta succedendo a New York’, mi dice. E mi invita ad accendere la tv. E vedo subito il secondo aereo che va a schiantarsi contro il grattacielo, questo è stato il primo flash. Quel giorno di 20 anni fa ho vissuto tutti quei momenti tragici, quelle immagini tremende, il pensiero era rivolto alla partita e non si capiva se si sarebbe giocato”. Così a LaPresse Fabio Capello, tecnico della Roma l’11 settembre di 20 anni, quando si consumò l’attentato delle Torri Gemelle a New York. La Roma impegnata in Champions scese in campo a poche ore dalla tragedia allì’Olimpico contro il Real Madrid che si aggiudicò l’incontro per 2-1. Il tecnico espresse allora la volontà di non scendere in campo ma la UEFA solo il giorno dopo rinviò le partite. “Perdemmo con una scusante, il giorno dopo furono sospese tutte le partite. Ero contrario a scendere in campo, perché non c’era la testa. Andava presa una decisione che non è stata presa. Come reagì la sport. Non ha avuto una risposta immediata. Si sono aspettate 12 ore prima di decidere. Il più scosso in squadra? Non me lo ricordo, ma ricordo che si parlò più di quello che della partita. Quelle immagini sono rimaste negli occhi, la gente che si butta dai grattacieli. Ce l’hai ancora negli occhi, come si può dimenticare”, ha aggiunto.

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