Torino, 26 giu. (LaPresse) – Il trapianto di cuore è una terapia avanzata per pazienti con gravi malattie cardiache. La più pericolosa complicazione è rappresentata dal rigetto, vale a dire la risposta immunitaria del ricevente che riconosce come estraneo l’organo trapiantato. Almeno un paziente su tre rischia di avere un episodio di rigetto acuto durante il primo anno. Per questo ogni trapianto viene monitorato con attenzione, al fine di cogliere i primi segni di rigetto, ed eventualmente iniziare una terapia mirata. Nel caso dei trapianti cardiaci, dove il rigetto è la complicanza più temibile, il metodo standard consiste nella cosiddetta biopsia endomiocardica, che consente, attraverso una sonda inserita nei vasi che arrivano al cuore, di raccogliere un frustolo del muscolo cardiaco, che viene esaminato al microscopio per evidenziare le alterazioni tipiche del rigetto. Questa indagine, ripetuta a intervalli regolari dopo il trapianto, risulta invasiva, complessa e non esente da rischi. Uno studio realizzato presso la Città della Salute di Torino e appena pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica internazionale di trapianto, il Journal of Heart and Lung Transplantation, ha aperto la strada a una nuova metodica per riconoscere il rigetto, più semplice e veloce e altrettanto sensibile. Si tratta dell’analisi del Dna del donatore che circola libero nel sangue del ricevente. È il frutto della collaborazione di 3 strutture dell’ospedale Molinette di Torino: il Centro trapianti di cuore (diretto dal professor Mauro Rinaldi), il Servizio di anatomia patologica (diretto dal professor Mauro Papotti) e il Servizio di immunogenetica (diretto dal professor Antonio Amoroso).

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