Milano, 9 giu. (LaPresse) – “All’esito dell’istruttoria non è stato possibile ricostruire con certezza tutti i fatti oggetto dell’imputazione” di corruzione internazionale “nonostante l’acquisizione di migliaia di documenti e l’esame incrociato di decine di testimoni e consulenti di parte”. Lo scrivono i giudici della settima sezione penale di Milano, presieduti da Marco Tremolada, in un passaggio delle 448 pagine di motivazioni della sentenza con la quale hanno assolto l’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni, il suo successore e attuale a.d. Claudio Descalzi, Eni, Shell e altri 13 imputati tra manager dei due gruppi, politici ed ex politici nigeriani, uomini d’affari e intermediari dall’accusa di corruzione internazionale per una presunta maxi tangente da 1,1 miliardi di dollari che sarebbe stata versata dalle due big dell’energia per poter sfruttare il campo energetico Opl-245 al largo delle coste della Nigeria. “Alcuni profili della vicenda restano in parte oscuri – sottolineano i giudici – e possono essere oggetto solo di ricostruzioni probabilistiche o ipotetiche, basate su criteri di verosimiglianza”.

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