Sport estremi, Francesca Canepa: Il mio motore? Agonismo e sostegno familiari

Di Elena Andreasi

Torino, 1 ott. (LaPresse) - Per due volte regina del Tor des Geants, atleta per natura e super mamma: Francesca Canepa si è aggiudicata per il secondo anno consecutivo il titolo di prima donna del Tdg, ultratrail della Val d'Aosta, definito il più duro al mondo, lungo 330 chilometri per 24mila metri di dislivello complessivo. Dopo questa fatica, conclusa in 88 ore, ha provato a conquistare anche il primo posto dello Skyrunner World Series, campionato mondiale organizzato dall'International Skyrunning Federation, con l'ultima gara del circuito: l'Uroc, l'Ultra Race of Champions, 100 chilometri tutti da correre, con un dislivello positivo di 4385 metri, che si è disputato il 28 settembre a Vail, in Colorado, negli Stati Uniti. L'atleta valdostana non ce l'ha fatta, quindi davanti a lei nella classifica generale, e vincitrice del titolo Skyrunner World Series, si è posizionata la fortissima e giovanissima Emelie Forsberg, compagna del mito del momento nel mondo dello skyrun: lo spagnolo Kilian Jornet. Francesca Canepa, seconda nella classifica femminile generale e quarta all'Uroc, in ogni caso, si dice ugualmente soddisfatta: "Portare a casa un quarto posto con un parterre importante e davanti ad atlete americane abituate a questo tipo di gare, a 9 minuti dal podio e a soli 12 giorni dal Tor è una grande soddisfazione per una delle mie più belle prestazioni dell'anno!", scrive sul suo profilo Facebook. Quella appena disputata è stata l'ultima gara della stagione per la Canepa, perché, spiega, "questa stagione è stata molto esigente e adesso sento il bisogno di staccare con le gare. Continuerò a correre aspettando la neve, ma senza pettorale attaccato. Ho avuto tanto quest'anno e va bene così. Poi, in gennaio, parteciperò alla Vibram 100 di Hong Kong".

Ma qual è il segreto di questa super mamma, di due bambini di 6 e 9 anni, e che nella vita fa l'insegnante di snowboard d'inverno e nel resto dell'anno la traduttrice? "Non seguo niente di specifico - racconta Francesca a LaPresse - quando ho voglia di fare fatica la faccio, diversamente mi metto su ritmi più confortevoli, cercando di assecondare il corpo, sia sulla neve che sui sentieri. Fortunatamente per me, l'endurance è iscritta nei miei geni, quindi non ho bisogno di preparazioni particolarmente impattanti per affrontare e vincere gare lunghe. La mia ora / ora e mezza quotidiana finora è bastata, proprio perché piacendomi gareggiare il chilometraggio lo totalizzo in gara, più o meno una ogni 2 settimane se tutto va bene". Anche per quanto riguarda la dieta, l'atleta valdostana spiega di essere fortunata e di non aver bisogno di regimi specifici: "Mi piacciono, nel senso che ne vado matta, alimenti sani come verdure, frutta e riso con un mucchio di olio extra, quindi ho già ciò che serve tutti i giorni, e quello che precede una gara non fa eccezione. Il recupero, forse grazie a tutti questi fattori, è anch'esso sorprendentemente rapido: per fare un esempio dopo il Tor des Geants, arrivando alle 2 di notte di giovedì, ho ripreso a portare i cani in passeggiata il lunedì successivo per 2 ore e martedì ho fatto i primi 45 minuti di corsa in cui le gambe erano leggerissime. Certo, recuperare il 100% della forza richiede due settimane piene per 100 miglia e qui io ne ho fatte il doppio, però sono comunque già in una condizione di grande benessere".

Quello che spinge la Canepa a vincere e a resistere a gare tanto dure, definite 'di endurance', spiega ancora l'atleta, non è "l'amore per la montagna", come molti si aspetterebbero: "Mi piace la montagna, ma non è questo il motore. Direi piuttosto, per amor di sincerità rischiando di risultare impopolare, che la montagna ha permesso alla mia natura competitiva di esprimersi nuovamente. Io sono nata atleta e sono decisamente un'agonista, mi serviva semplicemente un nuovo terreno su cui misurarmi e l'ho trovato fuori dalla porta di casa". Quello che tuttavia è più prezioso, per affrontare anche i momenti più difficili, non è lo spirito agonistico, ma il sostegno dei propri cari: "In me prevale la gratitudine verso tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito all'opera. La fatica si stempera in altre grandi emozioni. Gli ultimi metri sono quelli che ti danno la consapevolezza di avercela fatta, gli amici al traguardo ne sono la conferma, perché la loro presenza lì testimonia l'importanza che ha per loro ciò che ho fatto. È la cosa più bella". La gioia di sentire la vicinanza di coloro che ama è per Francesca tra i ricordi più belli anche del Tor des Geants: "Le emozioni grandi, belle, sono vedere i miei cari dappertutto, sapere quanta energia e quanto tempo hanno investito per farsi trovare dove poi li vedo. Sono il bacio di una signora sconosciuta o il ragazzo del Tournalin che mi aspetta sulla piana per accompagnarmi fino in cima al colle. C'è il traguardo tagliato da me e quello tagliato insieme a Iker (Karrera, ndr.) e agli ultimi 2 concorrenti. L'emozione toccante che pervade guardando tanti concorrenti sconosciuti mentre tagliano il loro traguardo: sguardi intensi, pieni, commoventi. Sguardi che sintetizzano il motivo per cui tutti noi facciamo questa cosa: per farcela, per potersi dire 'ci sono riuscito'".

Nelle gare di corsa in montagna, ma in generale in tutte le competizioni di resistenza e lunghezza, fondamentale, spiega la Canepa, è il controllo dei pensieri: "La testa, montata su un corpo preparato e adeguatamente performante, è cruciale. Ma non solo al Tor: in ogni prova di endurance spesso nei muscoli ci sono molte più riserve energetiche di quanto si creda, ma solo il cervello può mobilitarle. E soprattutto, quando i pensieri negativi con qualsiasi contenuto prendono il sopravvento, la gara è finita. Accorgersi di andare forte, di essere persino in testa non ha più nessuna importanza: se il cervello rinuncia si stacca il pettorale. Non c'è più niente da fare. Se la testa decide che si va in fondo, si può arrivare anche strisciando, io ho vinto una gara dove ho rotto due legamenti della caviglia".

Un messaggio particolare, dunque, la Canepa lo manda alle donne che desiderino intraprendere gare simili: "La prima cosa che suggerirei alle donne è di chiedersi, e poi rispondersi onestamente, per quale motivo gli uomini dovrebbero riuscire meglio di noi nello sport. Gli unici limiti sono quelli imposti dai luoghi comuni e dall'educazione che dà una bambola alle femmine e la bici ai maschi. Proviamo a guardare gli animali: tutte le femmine animali sono più piccole dei maschi, ma guarda caso nella savana le leonesse corrono tutto il giorno mentre i leoni fanno il sonnellino e si svegliano per combattere 5 minuti e poi mangiare le prede cacciate dalle femmine. E tutte le femmine di tutti gli altri animali fanno le stesse cose che fanno i maschi. Quindi non vedo motivi validi per affrontare la vita diversamente".

Infine un pensiero all'atleta cinese deceduto durante la prima notte di gara al Tor des Geants: "Credo che quello che è accaduto sia stato semplicemente una fatalità. Io stessa cado spesso, e ogni volta che succede mi rendo conto che fare questa attività comporta dei rischi che non possono essere completamente controllati. Sospendere la gara non credo avrebbe risolto il problema, non avrebbe cambiato le cose. Ho pensato anch'io, per un attimo, che fermarsi avrebbe potuto rappresentare un segno di rispetto, ma ripeto, non risolutivo. Anche perché sono convinta che ogni concorrente abbia portato con sé a modo suo l'atleta che ci ha lasciati. Sono certa che nessuno sia rimasto indifferente e che ognuno abbia avuto rispetto per questa tragedia. I rischi in queste gare sono intrinseci, e non correlati all'agonismo in senso stretto, come dimostra il fatto che l'atleta cinese stava semplicemente facendo il suo 'viaggio', non era in strenua lotta per le prime posizioni. I rischi correndo su terreni tecnici in montagna ci sono per tutti".

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata