Sport e disabilità: l'esercito dei 70mila. Cip: "La sfida ora è l'equità"

Il movimento paralimpico italiano ormai è fra i primi Paesi nel panorama sportivo internazionale

Sono circa 70mila le persone disabili che praticano sport in Italia, di cui 20mila tesserati a Federazioni Sportive, Enti di Promozione, Associazioni Benemerite. Il Comitato italiano paralimpico disciplina, regola, promuove e gestisce le attività sportive per persone disabili sul territorio nazionale, con l'obiettivo di assicurare il diritto di partecipazione all'attività sportiva in condizioni di 'uguaglianza e pari opportunità'.

"Lo sport è stato e continua ad essere uno strumento straordinario per cambiare la percezione della disabilità nel Paese - spiega a LaPresse il presidente del Cip Luca Pancalli - se si è passati in pochi decenni a parlare di atleti paralimpici, al posto di definizioni meno edificanti come invalidi o handicappati, lo si deve allo sport e alla sua forza nel veicolare storie e valori. Sarebbe però un errore pensare che ogni barriera sia stata abbattuta. Non è così".

La missione del Cip è promuovere lo sport come strumento di integrazione e benessere per tutte le persone con disabilità. Per quanto riguarda l'agonismo di alto livello, il Comitato coordina la preparazione atletica delle rappresentative paralimpiche delle diverse discipline in vista degli impegni nazionali ed internazionali e soprattutto dei Giochi Paralimpici. "Le 39 medaglie della Paralimpiade di Rio 2016 hanno dimostrato che il movimento paralimpico italiano ormai è fra i primi Paesi nel panorama sportivo internazionale - prosegue Pancalli -. In questi ultimi anni abbiamo assistito a una vera e proprio esplosione di questo movimento. Solo da giugno a ottobre abbiamo conquistato 172 medaglie nelle competizioni internazionali. Dietro questi straordinari atleti esiste però una realtà diversa, fatta di tante persone con disabilità che nella quotidianità faticano ad andare avanti. Non tutti, infatti, riescono a praticare sport a causa dell'assenza di strutture adeguate. Senza parlare degli ostacoli nella vita quotidiana, dalle barriere architettoniche, alla difficoltà di trovare un lavoro, ai pregiudizi. E' solo di ieri la notizia dei ragazzi con sindrome di Down allontanati da un ristorante…".

Il messaggio di cui questi atleti si fanno portatori, "è che ognuno deve fare i conti con le proprie abilità e porsi degli obiettivi da raggiungere - dice -. Ogni individuo parte con condizioni differenti. La sfida deve essere per tutti saper centrare il proprio obiettivo. Da questo punto di vista ogni persona rappresenta una ricchezza per la comunità. Bisogna però mettere tutte le persone nelle condizioni di potersi esprimere al meglio, partendo dalle proprie abilità. I limiti, spesso, sono determinati dall'assenza di opportunità. E' questo forse il messaggio che la società dovrebbe mutuare dal mondo paralimpico per essere più equa e giusta". 


 

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata