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Sanremo, Motta cerca la sua Italia: "Il mio è un disincanto innamoratissimo"

Il cantautore toscano si presenta al Festival con un brano ricco di temi delicati, migranti compresi. E se dopo il 'caso Baglioni' il rischio di strumentalizzazioni è alto, la cosa non lo preoccupa affatto

"Dov'è l'Italia amore mio". Un grido, senza punteggiatura, senza punto di domanda. Una domanda-non domanda, che dentro ha tanti significati. Ci arriva così, Motta, per la prima volta al Festival di Sanremo. In un festival già segnato dalle polemiche sul tema migranti, 'Dov'è l'Italia' sembra gettare benzina sul fuoco, ma a spegnerlo ci pensa il cantautore toscano: "Dentro il testo c'è anche il tema migranti, ma non in senso politico, bensì come tema umano". Il brano, infatti, è nato proprio nella terra crocevia di centinaia di esseri umani: l'isola di Lampedusa. "Ho parlato a lungo con Enzo, un capitano di caicco, che mi ha raccontato una storia. Quello a Lampedusa è stato uno dei tanti viaggi di quest'anno che hanno portato alla scrittura del testo. Di solito scrivo quando torno, ma questa volta l'ho fatto mentre ero lontano. Sia a Lampedusa, sia a New York. Perché da lontano vedi con più lucidità le cose". Ma, prese le distanze, Motta di una cosa è certo: "Nonostante veda con disincanto il nostro Paese, ho grande fiducia nell'essere umano. A Lampedusa conosciuto dei supereroi. A New York ho imparato ad avere che fare con il diverso. Il mio è un disincanto innamoratissimo verso un Paese malato, maleducato e violento, ma in cui voglio stare".

Portando una canzone con un testo così forte al Festival, Motta sa che c'è il rischio di venire strumentalizzato: "E' successo anche con ciò che ha detto Baglioni, che era un discorso umano, non politico. Temo che possa capitarmi la stessa cosa, ma poi penso che a volte ho anche paura di uscire di casa, però esco lo stesso. Se vengono strumentalizzate anche le cose belle e ovvie, come l'educazione civile, allora il problema non sta nell'interpretazione del mio pezzo, ma in qualcosa di più grosso".

D'altronde Motta, cantautore già vincitore del Premio Tenco, non ha mai avuto problemi. La sua scrittura è fatta di urgenza e necessità comunicativa. E se su un palco così importante arriva con un pezzo del genere, senza averne presentati altri, un motivo c'è. "Sicuramente l'Ariston ha bisogno di un certo tipo di responsabilità. Vado anche a casa di persone che non mi conoscono e ho tanta voglia di spiegarmi". E poi, a Motta non sembra "di dire niente di strano come non lo ha fatto Baglioni. Ma al momento è poco vincente quando dici quello che pensi e prendi una posizione. Trionfa chi non dice un cazzo. Purtroppo è così".

Lui, invece, dice, e dice bene. Tanto da non usare Sanremo come un'occasione commerciale, come normalmente succede. Nessun repack dell'album 'Vivere o morire', anche se è "un suicidio". Perché 'Dov'è l'Italia' è "l'inizio di un nuovo disco che non so quando verrà fuori". Un album in cui saranno racchiusi i timori di chi "esce di casa ed ha a che fare con gente che non la pensa nel suo stesso modo, non è fra amici", ma anche con uno sguardo puntato con speranza verso futuro: "Mi rassicura quando in giro vedo belle persone, mi rassicura pensare che mio figlio e chi verrà dopo di me saranno più intelligenti e bravi".
 

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