Sanremo, Barbarossa: Lì si è come acrobati senza rete

Sanremo (Imperia), 14 feb. (LaPresse) - Il teatro Ariston, forse il palcoscenico più difficile d'Italia. Lo racconta uno che lo conosce bene, Luca Barbarossa. "Si sommano tante cose su quel palco - racconta il cantautore romano a LaPresse - non è solo la paura del luogo fisico, ma è sempre difficile presentare dal vivo, con un'orchestra, una canzone che tu non hai mai eseguito e che quindi la gente non conosce. Quando uno si esibisce dal vivo la gente ascolta musica che conosce già, vai ad ascoltare dei successi, dei brani che rappresentano qualcosa per le persone. Lì invece te la giochi, come un acrobata che sta sul filo senza rete". Stasera si tiene la finale del 65esimo festival. Il cantautore, che si trova nella cittadina ligure nelle vesti di conduttore di 'Radio2 Social Club, ha le sue preferenze tra i colleghi in gara.

"Questo è l'anno di Nek, poi è stato bravissimo Masini, bravissimi anche i ragazzi de Il Volo che hanno una voce portentosa. Parlerò bene di loro sempre, perché hanno cantato 'Il Canto', una mia canzone con Placido Domingo che scrissi a suo tempo per Pavarotti e che loro hanno ripreso". E' l'anno di molti artisti, è un festival di livello. Carlo Conti è un appassionato di canzoni, ma a differenza di altri lo dimostra anche". Barbarossa apprezza che i giovani siano stati messi in apertura di serata: "Significa farli veramente ascoltare a milioni di italiani. Spesso i giovani vengono relegati alla quarta serta, e questo non va bene. Perché Sanremo è per i giovani, gli altri li conosciamo".

Tra i suoi preferiti Kaligola, Rakele "che mi ricorda Nada", il vincitore Giovanni Caccamo "che non ha niente da invidiare a nessuno". "Ma a dire la verità, per me non ci sono né esclusi né sconfitti. Dipenderà dal serio lavoro quotidiano che c'è da fare, ma per me tutti i giovani possono avere il loro spazio".

Quello di Barbarossa con il festival di Sanremo è un rapporto di lunga data. "Al festival ci sono stato sette-otto volte, ho comiciato da bambino con 'Roma spogliata'. Era l'81 e avevo 19 anni, ancora non ne avevo fatti 20'". Era la 31esima edizione e "fu un anno magico - ricorda il cantautore - c'era 'Ancora' di Luciano De Crescenzo, 'Gioca a Jouer' di Claudio Cecchetto, 'Per Elisa' di Alice, 'Maledetta primavera' di Loretta Goggi. Fu un Sanremo del rilancio, curato da Gianni Ravera, che mi aveva inserito in uno dei primi talent della storia italiana, Le voci nuove di Castrocaro".

Il cantautore ha un ricordo affettuoso dello scopritore di talenti. "Ravera era innamorato delle mie canzoni - ricorda - era un ex cantante e se fosse stata un'epoca simile a questa, in cui tutto si riprende e tutto si vede, mi avrebbero dovuto fare una ripresa di quando ricevetti la sua telefonata. Io gli avevo portato una musicassetta col provino fatto con chitarra e voce di 'Roma spogliata'. Lui mi chiamò a casa e me la cantò. Gli dissi 'E che vuole dire questo? E lui mi rispose 'Vuole dire che sei in finale a Castrocaro'. Poi vinsi Castrocaro e arrivai qui a Sanremo".

L'ultima volta all'Ariston è stata nel 2011, mentre nel 1992 ha trionfato al festival con 'Portami a ballare'. "Il momento più toccante però non è stato quella della vittoria - racconta Barbarossa - ma è stato nell'88 con 'L'amore rubato'. Mi arrivò un bellissimo telegramma di Franca Rame e Dario Fo, per la canzone che trattava un argomento difficle come quello dello stupro e della violenza sulle donne, e il conforto e la stima di Dario Fo e Franca Rame fu per me fondamentale. Quel telegramma ce l'ho ancora a casa, lo conservo in un album di fotografie".

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